43 anni dopo, ricordando Bologna

Mi ero laureata in Medicina da qualche anno e frequentavo la scuola di specializzazione all’Ospedale Sant’Orsola di Bologna. Ma a quei tempi era previsto un tirocinio pratico ospedaliero di sei mesi e quindi nell’estate del 1980 ero stata assegnata all’Ospedale Maggiore dove facevo servizio nel reparto di Medicina Generale al settimo piano. Quel giorno era sabato e quel sabato lavoravo solo al mattino, perciò da Pieve di Cento, il mio paese, andai all’ospedale in auto passando per la campagna tra Padulle, Sala Bolognese e Calderara. Era una mattina fresca e limpida di mezza estate e io ero molto contenta di andare all’ospedale perché il lavoro mi piaceva moltissimo. Ricordo che avevo guardato con un piacere particolare alla campagna, i contadini che facevano i lavori agricoli nel pieno delle attività, i cani nei cortili sdraiati all’ombra, il frumento già alto.

Quella mattina dovevamo dimettere alcuni pazienti e io avevo il compito di preparare la lettera di dimissione con il capo reparto. Incominciammo a sentire il suono delle sirene, molto insistente. Subito pensammo a un incidente. Era un fine settimana particolare di traffico intenso perché era il 2 agosto. Dopo alcuni minuti arrivò la notizia dello scoppio per una fuga di gas ma qualcuno disse anche che si trattava di un ordigno bellico esploso nel centro di Bologna. Arrivò un collega anziano che disse “c’è stata una strage alla stazione andiamo ad aiutare in pronto soccorso” e usammo le scale perché gli ascensori erano bloccati. Scesi con lui e incrociammo tanti altri colleghi che correvano per le scale. E arrivai nell’atrio e nel grande piazzale davanti all’ospedale.

C’erano già tantissimi medici e infermieri in attesa, in silenzio, raccolti in un semicerchio Era una specie di abbraccio, mi sembravano tutti abbracciati. Davanti a noi arrivavano gli autobus pieni di morti e di feriti. La seconda immagine che ho sono io in pronto soccorso e vedo dei corpi lacerati. Ricordo in particolare una ragazza che aveva un orecchino. La terza immagine sono io che aiuto un chirurgo a fare medicazioni. Poi ricordo che il pronto soccorso si era svuotato e per la prima volta guardai l’orologio. Erano le 13.30 e tutto era organizzato. I cadaveri erano stati composti. I feriti gravissimi erano nelle sale operatorie, nel reparto ustionati e nelle terapie intensive. Altri meno gravi nelle degenze ordinarie, altri ancora avevano potuto essere dimessi. Il pronto soccorso dopo tre ore era pulito e ordinato, aveva fatto la sua funzione di emergenza e ora tutti i reparti stavano lavorando per le altre funzioni dell’assistenza.

Capii subito che quel giorno l’ospedale Maggiore e il Servizio Sanitario avevano dato un esempio eccezionale; e quell’esempio, per sempre, per tutta la mia vita, mi ha guidato, mi ha motivato, ha dato senso alla mia professione. Tornai in reparto per le attività che mi competevano e nel tardo pomeriggio ritornai a casa, a Pieve di Cento. La campagna era ancora assolata ma mi sembrava tutto diverso.

Arrivata a casa i miei genitori mi aspettavano in silenzio e non mi chiesero nulla. Solo più tardi mia madre mi disse che erano sgomenti per le immagini della televisione come di un bombardamento di guerra. Mi disse anche che mio padre aveva avuto timore per me. Timore che mi fossi spaventata, insomma che avessi avuto paura. Dopo del tempo gli raccontai tutto. Gli raccontai che sabato 2 agosto, nel piazzale dell’Ospedale Maggiore di Bologna, tutti insieme in attesa degli autobus, eravamo abbracciati e quell’abbraccio mi aveva dato la forza di non avere paura. E ho sentito quell’abbraccio per sempre, e mi ha dato la forza per tutta la vita e non lo dimenticherò mai.

Giovanna Baraldi

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