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Ric&Pra 2017;33(4):165



Impatto


Spicy, hot, fresh and fragrant. Conosciamo Sichuan per la cucina, una delle quattro “culle” della gastronomia cinese. Da quelle parti, però, non tengono soltanto alla coltivazione del peperoncino, se è vero – com’è vero – che la facoltà universitaria di Agricoltura della città ha annunciato in pompa magna l’assegnazione di un riconoscimento di 2 milioni di dollari a un gruppo di ricercatori solo per aver pubblicato su Cell. D’accordo, si tratta in buona parte di un finanziamento destinato a supportare nuove ricerche, ma ben 130mila euro del regalo sono un premio che i firmatari del lavoro potranno mettersi direttamente in tasca.
Non è una novità per la Cina ma neanche per paesi come il Quatar o l’Arabia saudita, dove diverse università hanno stabilito un compenso forfettario di più di 60 mila dollari per un lavoro pubblicato su Cell, Science o Nature. Per le riviste che hanno un fattore di impatto inferiore, il premio è calcolato proporzionalmente al valore. Se il tuo lavoro esce sull’International Journal of Epidemiology (IF 7,5) ti porti a casa 7,5 x 1,5 x 10.000 yuan: 112 mila yuan. Ma è giusto o sbagliato?
Secondo un commento uscito proprio su Nature c’è qualcosa che non va: “si crea una cultura dove i ricercatori finiscono col guardare al proprio lavoro come a un mezzo per fare cassa e invece di andare a fondo su un filone di ricerca ci si concentra sul vedere pubblicati i risultati prima possibile”1. Su uno studio di ricercatori cinesi che lavorano negli Stati Uniti pubblicato online su ArXiv leggiamo una tabella che dettaglia il “valore” di una pubblicazione a seconda della rivista sulla quale appare2: come fa notare la MIT Technology review, la ricompensa per la pubblicazione appare ancora più spropositata se la confrontiamo con lo stipendio medio di un ricercatore in Cina, che non arriva a 9mila dollari l’anno3. Gli autori dell’articolo postato su ArXiv avanzano il dubbio che questa policy possa essere associata all’aumento vertiginoso di articoli corretti o ritirati successivamente alla pubblicazione e chiedono che il premio ricevuto sia dichiarato come potenziale conflitto di interessi.
L’enfasi sull’impact factor è sovradimensionata: lo dicono in molti e da anni, ma le cose non cambiano perché è proprio questo l’indicatore principale che regola le graduatorie dei concorsi e il prestigio di riviste e scuole universitarie.
Premiare uno studio solo per la pubblicazione ottenuta è indifendibile soprattutto per chi conosce da vicino il sistema della peer review: non solo fisiologicamente fallace, ma molto spesso condizionato da mille distorsioni impossibili da eliminare. Ancora oggi – e spesso anche nelle “migliori famiglie” – la revisione critica è influenzata dalla rivalità di scuola, da simpatie e antipatie personali, dalla necessità di proteggere le proprie ricerche in corso da quelle di colleghi che potrebbero anticiparle.
Qualcuno sostiene che un sistema di rewarding di questo tipo potrebbe equilibrare i finanziamenti tra centri di ricerca noti e meno noti, avvantaggiando questi ultimi qualora si rendessero protagonisti di exploit in certa misura inattesi. “Don’t incentivize hype”, ha commentato l’oncologo Vinay Prasad su Twitter. Ma, come dicono quelli, il problema è a monte: nei meccanismi che mettono in competizione i centri di ricerca europei e statunitensi con quelli di paesi emergenti come la Cina e la Corea del sud. I primi perdono quota negli indici citazionali, a vantaggio dei secondi.
La ricerca scientifica è un gioco di squadra? Ma mi faccia il piacere…
Ldf
luca.defiore@pensiero.it
1. Editorial. Don’t pay prizes for published science. Nature 2017;547:137.
2. Quan W, Chen B, Shu F. Publish or impoverish: An investigation of the monetary reward system if science in China (1999-2016). ArXiv 2017;1707:01162.
3. The truth about the cash-for publication policy in China. MIT Technology Review 2017; 12 luglio.