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DOI 10.1707/2821.28516 Scarica il PDF (211,9 kb)
Ric&Pra 2017;33(6):243-246



Un altro anno liquido
Maurizio Bonati
Dipartimento di Sanità Pubblica
IRCCS – Istituto di Ricerche Farmacologiche
Mario Negri, Milano
maurizio.bonati@marionegri.it






Anche quest’anno i confini e i riferimenti sociali sono andati decomponendosi e ricostruendosi rapidamente, in modo vacillante e incerto, fluido e volatile: una società liquida. Un mondo dove il consumo è l’unico rito collettivo rimasto.
Zygmunt Bauman (1925) è stato un appassionato maestro di vita con ottimismo disincantato.

MEDICINA – L’epidemiologia e le cure perinatali erano l’obiettivo del suo sguardo critico sulla salute dei più piccoli. Uno sguardo nobile fatto di valutazioni e interventi. Autore e sostenitore di interventi precoci, preventivi, prenatali. Carlo Corchia (1949): un neonatologo “acculturato”, una carriera contro, semplice ma determinato dalla parte delle mamme e dei bambini. Un nonno felice.
Con Istinto di morte e conoscenza del 1970 spiègò la sua “Teoria della nascita” secondo la quale il pensiero del singolo individuo comincia alla nascita con la relazione del corpo del neonato alla scoperta della luce. La scoperta dell’”inconscio mare calmo”, dimensione che appartiene al neonato appena nato e che andrebbe riconquistata dall’adulto. Massimo Fagioli (1931), eclettico ed eretico terapeuta, fautore dell’analisi collegiale una specie di rito psicanalitico, collettivo, a prezzi economici e senza freni inibitori. Forse sarà rivalutato, in vita solo i “fagiolini” non l’hanno abbandonato.
Giampaolo Velo (1943) ha creato e diretto a Verona il primo Centro Regionale di Farmacovigilanza in Italia che dal 1995 è divenuto sede del Centro di Riferimento sull’educazione e sulla comunicazione nel Programma Internazionale di sorveglianza sui farmaci dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Direttore della rivista Focus Farmacovigilanza (www.farmacovigilanza.eu), mezzo d’informazione indipendente con un approccio pratico-clinico sui temi attinenti la sicurezza dei farmaci, uno strumento utile alla pratica prescrittiva del medico. Era componente del Comitato Scientifico di R&P.
Da Gorizia ad Arezzo per dar corso alla Legge 180 che è stata anche opera sua: una legge non ancora attuata. Agostino Pirella (1938) è stato direttore dell’ospedale psichiatrico di Arezzo dal 1971 al 1979. Con l’arrivo di Pirella, Arezzo si affermò come una delle realtà più significative della psichiatria italiana. È stato docente di psichiatria all’Università di Torino e responsabile dei servizi psichiatrici piemontesi. Gestì il superamento dei manicomi piemontesi, in particolare la chiusura del manicomio di Collegno, una delle più grandi strutture manicomiali, e organizzò la rete di servizi alternativi sul territorio.

POLITICA – Gentile e ironico, Valentino Parlato (1931) fumava ottanta sigarette Pueblo al giorno e beveva vino bianco anche di buon mattino. Straordinaria figura di comunista eretico. Dal 1969, anno della scissione dal Pci, la sua biografia si era interamente identificata con quella del manifesto, il giornale di cui fu fondatore e quattro volte direttore. Non fosse stato per lui, per la sua incessante ricerca di finanziamenti, a tutti i livelli, il quotidiano, un pezzo di storia della editoria e della politica italiana, probabilmente non sarebbe sopravvissuto.
Stefano Rodotà (1933) giurista, intellettuale, politico dentro e fuori dai partiti, maestro di diritto e libertà. Ha insegnato l’inesauribile garanzia delle leggi e della Costituzione, l’importanza della privacy, la laicità e il senso della RETE. Incarnava con gentilezza e dolcezza l’etica repubblicana.
Rosario Villari (1925) storico e politico. Il suo manuale di storia è da cinquant’anni tra i testi scolastici più utilizzati nelle scuole superiori. Con i suoi studi, di grande rilievo, sul mondo contadino e la sua civiltà, per la questione meridionale come questione innanzitutto agraria, indicò nuove direzioni della ricerca storica.

CATTOLICESIMO POLITICO ITALIANO Giovanni Bianchi (1940) si è occupato dei giovani, dell’associazionismo e del volontariato. Considerava l’impegno sociale fondamentale guardando con attenzione e sostegno l’esperienza dei preti-operai che nella Stanligrado italiana (Sesto San Giovanni) dove da sempre ha risieduto ha avuto una presenza attiva. Come don Sandro Artioli (1942) fabbro-saldatore-carpentiere per 27 anni alla Breda termomeccanica/Ansaldo dopo essere stato vicario parrocchiale nella periferia milanese negli anni ‘60-’70. Pacifisti, dalla parte degli ultimi e dei lavoratori inverarono la Chiesa, come Giovanni Franzoni (1928), monaco benedettino, abate della basilica di San Paolo fuori le mura a Roma prima di essere allontanato, sospeso e dimesso dal Vaticano per le sue scelte politiche. Un altro pacifista e terzomondista fu Ettore Masina (1927), giornalista e scrittore, durante il Concilio e il post-Concilio ha partecipato al dibattito della Chiesa coinvolgendosi sulle sorti del Terzo mondo in rivolta. Dopo aver seguito Paolo VI nello storico viaggio in Terra Santa, sconvolto dalla miseria dei palestinesi e incoraggiato dal sacerdote francese Paul Gauthier, fondò e coordinò l’associazione di solidarietà internazionale Rete Radié Resch (dal nome di una bimba palestinese di Nazareth morta di polmonite). Deputato per la Sinistra Indipendente, fu presidente dell’Associazione Italia-Vietnam (quando tutti si era dimenticati del Vietnam).

DIGNITAS E PIETAS – “Sono un giovane adulto, vivace e vero amante della vita, incapace di sopportare il dolore sia fisico che mentale. Ora preferisco stare solo che non poter vivere come prima”. Questo il testamento di dj Fabo, Fabiano Antoniani (1977) è morto in Svizzera, alla clinica “Dignitas”, per veder riconosciuto il diritto all’autodeterminazione sancito dalla Costituzione. Costretto ad emigrare per mancanza di Pietas (sentimento di affettuoso dolore, di commossa e intensa partecipzione e solidarietà nei confronti di chi soffre).



Il Dome

“Un altro pezzettino che si stacca” questo il commento di Francesca quando glielo ho comunicato. Sì, è un altro pezzo di un puzzle “vario e strano” che ha già perso Francesca Repetto, Marina Formigaro, Piero Morosini, Alessandro Liberati… un puzzle dei vinti dalla politica e organizzazione sanitaria vigenti. Minoranza troppo innovativa e sognatrice, nonostante la determinazione, per i tempi e per l’impotenza di contrastare adeguatamente l’arroganza del potere.

Gianfranco Domenighetti (1942) era un pezzo di questo puzzle. Economista e dottore in scienze sociali, docente, ricercatore, mente lucida e critica, attivo e disponibile, una persona integra.



“Come faccio da alcuni anni il primo giorno mangio qui”. E su questo ci abbiamo scherzato più volte. Gli incontri in un tipico grotto luganese erano diventati negli ultimi anni le occasioni non programmate per brevi incontri. Desco imbandito con i piatti stagionali, ma sempre con la presenza di un merlot ticinese diverso su cui confrontarsi, ma di cui apprendere la storia del vino (la cui coltivazione è stata introdotta nel Cantone un secolo fa e che copre l’80% della produzione locale), della cantina e del proprietario. Molti i temi affrontati in quei brevi momenti conviviali, alcuni ovviamente anche di interesse lavorativo. Voglio ricordare solo quello sull’empowerment di alcuni anni fa. Tema a lui molto caro e di testimonianza, che solo recentemente si è concretizzato nel suo contributo su Ricerca&Pratica (2017;33(3):112-121), suo ultimo scritto, sofferto, ma puntigliosamente corretto e rivisto secondo le sue abitudini. La soddisfazione nel ricevere le congratulazioni e i complimenti per quanto e come scritto l’articolo, ma anche il suo prodigarsi, è stata una reazione (benvenuta!) che contrastava con la sua ritrosia e la sua riservatezza. “E grazie per l’articolo, finalmente qualcuno che demistifica tutta quella parte dell’empowerment (tanta) che nata da buone intenzioni è di fatto diventata un involucro retorico vuoto che maschera i veri determinanti decisionali delle pratiche mediche”. Il commento inviatogli da Rodolfo Saracci.
Di pensiero anarco-socialista, quello basato sul principio della giustizia sociale (di Addio Lugano bella, di Lenin esule in Svizzera), da direttore dell’Università estiva in amministrazione e gestione dei servizi sanitari organizzò i corsi presso il centro seminariale del Monte Verità, sopra Ascona, dove sin dagli inizi del novecento vi giunsero molti artisti e intellettuali tra cui Carl Gustav Jung, Erich Maria Remarque, Hermann Hesse, Paul Klee, Thomas Mann, Marianne Werefkin. Un luogo di ritrovo dell’Intellighentia anti-conformista, di personaggi attratti dalle filosofie orientali e dalla teosofia, salutisti, scrittori, pittori. Scelta quindi non causale di Gianfranco, che apprezzava anche il ristorante della divenuta Fondazione Monte Verità.

Per la sua critica documentata e costruttiva, per la sua ampia visione e conoscenza dell’organizzazione del sistema sanitario, anche quella politica essendo stato direttore della Sezione Sanitaria del Dipartimento della Sanità e della Socialità del Cantone Ticino, in alcune occasioni era stato consultato da Beppe Grillo. Come sempre e con tutti, inizialmente non si era sottratto, poi… “Non sono andato allo spettacolo di Grillo e nemmeno l’ho sentito. Se continuava a fare il comico di professione era meglio”.
La pittura, con la fotografia, sono state due delle passioni che più ha coltivato.
“Giovedì credo che andrò a Zurigo al Museo Nazionale a vedere una mostra su Lenin che ha vissuto a Zurigo ed è poi partito in un vagone del treno ‘piombato’ per Mosca. Che Paese strano quello in cui vivo, pieno di reazionari ma che ufficialmente lascia fare manifestazioni ai tibetani (ne abbiamo migliaia come rifugiati) quando arriva il presidente cinese, siamo stati i primi a riconoscere la Cina di Mao, ne abbiamo presi tre che erano a Guantanamo, ora problemi con Erdogan per una manifestazione a Berna di domenica scorsa di curdi (da noi non considerati terroristi) per un manifesto dove c’era la testa del premier turco con una pistola alla tempia” .
“La fotografia è la passione della mia vita anche se ho avuto poco tempo da dedicargli. Avevo iniziato con la Leica russa, Jupiter credo, poi con la Rolley 6x6, la Konica reflex e ora purtroppo con il digitale”.
Se ne è andato nella sua “Lugano bella” a ridosso della giornata per i diritti dell’infanzia: “Il sorriso di un bambino di Belfast, fotografia che avevo fatto in Irlanda del Nord durante il periodo del conflitto”. Un sorriso per Gianfranco. •









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