Area Abbonati
LoginPassword
DOI 10.1707/2821.28521 Scarica il PDF (105,0 kb)
Ric&Pra 2017;33(6):272-277



Operazione Mare Sicuro. Nuova missione
Nave Libra 14-28 maggio 2017

Dopo l’esperienza entusiasmante su Nave Borsini anche quest’anno organizzo le ferie in modo da poter partire in missione nel Mediterraneo come medico volontario di Fondazione Rava nell’ambito dell’operazione Mare sicuro, con il sostegno costante della mia meravigliosa famiglia. Emma, abile regista di Fondazione Rava che coordina la presenza dei team civili sulle navi militari, mi comunica che sarò imbarcata ancora sul Borsini con grande gioia mia e degli amici marinai: poter lavorare ancora insieme mi sembra un dono prezioso ed insperato. All’ultimo momento invece la partenza del Borsini viene anticipata per una missione urgente, mentre Francesca, l’ostetrica del team sanitario, ed io veniamo destinate a Nave Libra, che ci attende a Lampedusa. Cambi di programma in base alle necessità e disponibilità massima sono cose già vissute sul Borsini: siamo in Marina! Bene, inizia una nuova avventura.
Ci troviamo a Palermo perché Francesca arriva da Firenze: è una ragazza giovane e carina alla sua prima esperienza; dovevamo conoscerci a Milano il giorno successivo nella sede di Fondazione Rava, ma gli eventi non l’hanno concesso, ci conosceremo in attività. Decolliamo con un piccolo aereo per Lampedusa e il tramonto sul mare è un regalo bello e inatteso per l’inizio della nostra missione. Veniamo accompagnate al porto di Lampedusa dove ci aspettano alcuni militari di Nave Libra, il nostromo Eros, capo Marzo e il sottocapo Antonio con una piccola motobarca: la nave è a poche miglia dalla costa in attesa del nostro arrivo per salpare. Ci accomodiamo a prua e dietro di noi vengono posizionati con cura due bei vassoi di cannoli siciliani ai quali facciamo, come rinfacceremo in seguito ai nuovi amici, da ‘scudo umano’. Tra schizzi e risate arriviamo alla nave, incontriamo i primi membri dell’equipaggio e dopo poco si salpa per raggiungere la zona da sorvegliare, in missione VIgilanzaPEsca (VIPE). Ciò significa che si farà attività di vigilanza per i pescherecci e i mercantili che navigano nella zona assegnata e per le piattaforme dell’ENI a circa 100 miglia a sud di Lampedusa.
Il team sanitario è composto oltre che da noi, da Fabiana della CRI, infermiera al Pronto Soccorso dell’ospedale di Prato, attiva e disponibile, e Angelo, giovane maresciallo infermiere della Marina e la sua presenza nel team è fondamentale perché più esperto di tutte noi nei salvataggi, denominati SAR (Search and Rescue) e perché conosce la nave e il materiale a disposizione. Un’altra ‘sorella’ della CRI è stata sbarcata a Lampedusa: non ha retto il mare nel breve tragitto da Palermo e così Fabiana si è ritrovata da sola in questa sua prima missione. Lei e Francesca dormiranno in infermeria mentre io sarò con Patrizia, radarista del Bettica, in prestito al Libra, negli alloggi dei piloti. Conosciamo anche il Comandante, un trentenne affabile e gentile che ci accoglie con calore. E così gustando un buon cannolo che porta tutti i sapori caldi della amata Sicilia si salpa: l’accoglienza dell’equipaggio ci fa sentire già a casa.

VITA DI BORDO
Il giorno successivo incontriamo il resto dell’equipaggio alla riunione quotidiana sul ponte volo: il secondo, il vice-comandante, presenta le attività della giornata e ogni componente della nave esegue le proprie attività ed esercitazioni perché in caso di necessità ciascuno possa dare il meglio per la buona riuscita della missione.
Per alcuni giorni la nave pattuglia la zona assegnata tra Lampedusa e le piattaforme dell’ENI e abbiamo quindi la possibilità di avere campo e comunicare con il resto del mondo, situazione abbastanza inedita in navigazione: il più delle volte non vi è connessione fino al rientro a termine della missione. Lampedusa dalla nave è una striscia di terra piatta e rosata che si tuffa a picco nel mare. Lì qualche giorno più tardi gli uomini addetti alle macchine riusciranno a trovare un pezzo di ricambio che consentirà di riparare un danno ai motori e alla missione di proseguire.
Noi team sanitario veniamo invitati a fare lezione all’equipaggio e scegliamo di parlare di malattie esantematiche e vaccinazioni e al solito c’è partecipazione attiva e interesse: una vera soddisfazione. Anche i ragazzi della Brigata San Marco faranno delle lezioni sulle nuove armi in dotazione e a nostra volta parteciperemo con interesse: ogni competenza deve essere condivisa perché qualora si presentasse la necessità ognuno possa dare il meglio. Mai penserei di usarne una, ma dobbiamo conoscere i danni che possono procurare.
Patrizia, la mia compagna di cabina, studia tantissimo perché a breve dovrà sostenere l’esame per diventare maresciallo: ogni volta che entro in cabina è sui libri o riposa perché smonta dalla guardia o ha lavorato come radarista, mi ingegno a darle il meno noia possibile e a garantirle la tranquillità per potersi preparare all’ esame. Conosce Monza perché sua sorella ho sposato il Comandante dei carabinieri e vive nel parco, lei spesso la viene a trovare. Sarà un’occasione per rivederci, speriamo. È una ragazza riservata, gentile e gran lavoratrice. Saprò da lei ad agosto che è diventata maresciallo: non avevo dubbi!
I rapporti tra noi ‘ragazze’ sono molto buoni, mi sento la sorella maggiore se non la mamma, sia per età che per l’esperienza precedente. Francesca e Fabiana sono due carissime persone che instaurano subito con tutto l’equipaggio grande famigliarità: la mattina spesso danno manforte ai cuochi nel preparare gli squisiti manicaretti con i quali quotidianamente l’equipaggio viene viziato; il pomeriggio si fa sport insieme sul ponte volo; la sera in quadrato sottoufficiali si giocano gran partite di burraco, si chiacchiera e si scherza insieme.
La prima settimana di navigazione è caratterizzata da attività di sorveglianza militare: veniamo destinati a scortare una nave militare che si dirige verso nord e così per 2 giorni risaliamo il Mediterraneo con un bel maestrale di prua e si balla non poco con qualche problemino gastrico per noi civili, meno avvezzi agli scossoni della nave. Portiamo con noi 5 militari, recuperati durante la navigazione da un altro pattugliatore, che avrebbero dovuto sbarcare a Lampedusa per motivi personali, ciascuno diverso, e che per questo incarico inatteso arriveranno a destinazione con un congruo ritardo: anche questa è vita militare, ben poco puoi programmare e prevedere e la disponibilità deve sempre essere massima (un papà non arriverà in tempo alla prima comunione del suo bambino).
 Avere tempo libero dai soccorsi dà la possibilità di essere a diposizione per l’equipaggio e consente di ascoltare i crucci di questi uomini spesso lontani dalle famiglie, preoccupati delle difficoltà che mogli e figli devono affrontare senza la loro costante presenza: è una vita di sacrificio e di rinuncia, difficile da immaginare. I militari amano il loro lavoro e la loro missione, ma ne sentono il peso e soprattutto avvertono le rinunce alle quali sottopongono i loro cari per il loro servizio, per lo più poco conosciuto e quindi nemmeno guardato con rispetto e gratitudine dal mondo civile.

SAR
La seconda settimana viene richiesto il nostro supporto in eventi Search and Rescue (SAR) in zona limitrofa alle acque territoriali libiche.
Il 24 maggio le imbarcazioni dei migranti sono molte e una affonda, si contano 30 morti. Le immagini riprese dall’elicottero sono drammatiche: le schiene degli annegati sballottati dalle onde urlano l’orrore di questa tratta di esseri umani e quanto ancora c’è da fare per impedire la tragedia che sta avvenendo sotto i nostri occhi, seguita per lo più con indifferenza se non con fastidio nella preoccupazione che le nostre sicurezze siano minacciate da questo esercito di inerme povera gente in fuga.
Sul Libra vengono tratte in salvo 472 persone: tra i naufraghi ci sono Hafsa una donna bellissima eritrea di 23 anni, a termine di gravidanza e sua sorella, intere famiglie con bambini, molti feriti e due fratturati. A entrambi provvediamo, con il materiale disponibile, a immobilizzare gli arti, per evitare il dolore e consentire gli spostamenti. Fabiana, con la sua manualità, è preziosissima nel reperire accessi vascolari e somministrare analgesici a chi ha dolore. Angelo, con la sua esperienza, ci coordina nell’organizzazione del lavoro. Andrea, del team dell’elicottero, è attivo e disponibile nell’aiutarci con i feriti più gravi. Francesca, con la sua competenza, è indispensabile nella valutazione clinica di Hafsa. Appena dopo il salvataggio la donna sta bene, non ha perdite, ne dolori, il feto è in posizione cefalica e così partiamo verso l’Italia (siamo a 50 miglia dalla costa libica), diretti a Reggio Calabria perché per il G7 in corso, non è concesso attraccare in Sicilia. Il giorno successivo siamo ancora in navigazione (la nave impiega 24-30 ore a raggiungere l’Italia facendo circa 15 nodi/h) e Hafsa inizia a presentare qualche contrazione. Alla visita però la dilatazione è minima, il collo conservato: ci confrontiamo noi del team sanitario per decidere il da farsi. Spesso sulla nave occorre prendere decisioni mediche importanti, in pochissimo tempo e con elementi diagnostici limitati, veri bivi irreversibili, che possono avere anche conseguenze drammatiche: è una vera palestra di responsabilità, una medicina essenziale e a tutto campo che impone di lavorare con scarsi strumenti e utilizzando tutte le competenze cliniche di cui si dispone. Proseguiamo la navigazione.
La mattina del giorno successivo, molto presto, a una cinquantina di miglia dalla costa sicula, facciamo spostare tutti i migranti accolti sul ponte volo a prua, perché l’elicottero trasborda su un’altra nave per la missione successiva. Hafsa però ha contrazioni più ravvicinate, anche se la dilatazione non è ancora completa. Abbiamo l’ultima possibilità di utilizzo dell’elicottero per trasferirla a terra, ma decidiamo di tenerla a bordo, il travaglio sta galoppando. Grazie a Dio perché la bambina sarebbe nata in volo e il pilota di certo non avrebbe apprezzato. Durante il travaglio accompagno la donna in bagno in poppetta: dopo essere stato usato da tutti gli altri migranti per più di 24 ore è sporchissimo. Lei però si accuccia e spinge. Io e sua sorella fuori siamo preoccupate: la convinciamo a risalire in hangar dove intanto Fabiana, Francesca e Angelo hanno allestito un angolo pulito e riservato per il travaglio. Francesca la visita e vede il sacco che protrude; pratica l’amnioressi e in due spinte alle 7,30 nasce una bambina meravigliosa che rallegra con il suo pianto vigoroso e immediato l’hangar. Tre chili di voglia di vivere che riempie di commozione e di stupore tutti noi dell’equipaggio, ma anche tutte le persone salvate dal mare. Ogni bimbo che nasce racconta la bellezza e l’incanto della vita, ma il venire al mondo in queste circostanze dice che il miracolo si compie nonostante noi, nonostante le bassezze e le cattiverie, la fuga e l’abbandono, la violenza ed il sopruso. La vita canta il suo mistero e la sua forza nel vagito di ogni neonato che è la nostra speranza ed il nostro futuro. La mamma mi aveva chiesto il giorno precedente come mi chiamassi e mi aveva detto che voleva dare il mio nome alla sua bambina ed io avevo provato a convincerla che ci sono nomi molti più belli del mio. Dopo la nascita della bambina ancora le chiediamo come la vuole chiamare e lei dice Monna Lisa perché il mio nome non è semplice da pronunciare per una donna somala e tutti ridiamo e alla fine concordiamo che Maria Luisa sia meglio. Il secondamento, la fase in cui viene espulsa la placenta, invece non è semplice: c’è una emorragia che trattiamo con i farmaci a disposizione (ossitocina e acido tranexamico) e con tamponamento locale. Con Francesca decidiamo che è mandatorio farle sbarcare (siamo sotto Taormina) e la guardia costiera mette a disposizione una motovedetta per portarle a terra perché vengano curate presso l’ospedale. Il secondamento è avvenuto, ma siamo preoccupate che l’emorragia non si arresti: non abbiamo modo di eseguire esami biochimici né strumentali. Salutiamo la neonata con commozione (ci sentiamo tutti zii in quel momento) e Francesca e Angelo le accompagnano a terra per dare consegna a chi le prenderà in carico. Quando la sera sappiamo dall’ospedale di Taormina che stanno bene entrambe, Francesca ed io ci abbracciamo e tiriamo un gran respiro di sollievo. Fino a quel momento siamo state come in apnea nel timore che qualcosa potesse andare storto. Ogni decisione presa ha portato ad un buon esito grazie alla competenza e al contributo di ciascuno, ma avrebbe anche potuto non andare così, e noi del team sanitario ne siamo ben coscienti. Con gli strumenti a disposizione sulla nave se fosse capitata una complicanza grave saremmo stati in grande difficoltà ad affrontarla.
Il trasporto a terra delle nostre amiche ha comportato un ritardo di 3 ore e rischiamo di non poter sbarcare gli altri 470 ospiti al porto di Reggio Calabria, che ci ha dato un orario massimo entro il quale arrivare e tenere ancora a bordo tutte quelle persone per la terza notte consecutiva non sarebbe semplice per nessuno. Invece attracchiamo in tempo e le operazioni al porto sono anche abbastanza veloci. Dopo il primo controllo sanitario a bordo e lo sbarco immediato dei feriti gravi (oltre ai fratturati facciamo scendere un giovane uomo che non si regge in piedi e che dal colore della congiuntiva palpebrale non ha più di 4 gr% di emoglobina nel sangue), con ordine scendono tutti gli altri e quando anche l’ultimo migrante tocca il suolo del molo di Reggio Calabria mi rilasso: tutti vivi, tutti consegnati a chi ha più strumenti e competenze di noi per garantirne la salute e il benessere.

E POI
Nei due giorni successivi si torna verso Augusta, si risistema la nave, si fa ordine nel materiale utilizzato, si parla e si ripensa alle vicende vissute: è come quando un frullatore si ferma e si cerca di mettere ordine nei pensieri e nelle emozioni che si agitano ancora disordinati, dopo tanti accadimenti eccezionali.
Riusciamo a metterci in contatto con i medici di Taormina per seguire il cammino delle nostre donne: dopo pochi giorni Hafsa e Maria Luisa in ottime condizioni vengono dimesse dall’ospedale e già questo mi sembra un miracolo perché a parte il rischio emorragico anche le condizioni igieniche non sono state certo ottimali durante il travaglio. Vengono ospitate, insieme alla sorella di Hafsa, presso la comunità di prima accoglienza di Fondachelli Fantina, vicino a Messina, e riesco a parlare con la responsabile, Vera, una donna meravigliosa, che mi tiene aggiornata nei giorni successivi delle loro condizioni, mi invia foto, mi fa parlare con loro: insomma una gioia infinita pensarle in un luogo idoneo, con persone competenti che stanno preparando il percorso per poter usufruire di tutti i diritti di rifugiati. La notizia della nascita a bordo ha una certa risonanza mediatica con annuncio sulle principali testate, interviste, comunicati, servizi. Anche alla Festa della Marina Militare il 9 giugno a Civitavecchia alla quale vengo invitata, l’evento è ricordato e celebrato, come è giusto che sia: la forza della vita che vince la morte e la disperazione rappresenta un messaggio di gioia e di speranza per tutti. Dopo una ventina di giorni la notizia ferale: le due donne con la bambina sono scappate, senza salutare e avvisare nessuno! Scoramento e disperazione: che cosa hanno in mente, che progetto, con che strumenti, con chi? Cosa ne sarà di una donna che ha appena partorito e di una neonata di pochi giorni? Con molte reticenze e con le difficoltà della barriera linguistica sulla nave Hafsa ci aveva detto di avere un parente a Roma: perché non raggiungerlo in accordo con la comunità siciliana? Domande alle quali non trovo risposta e soprattutto la preoccupazione per loro, che intraprendano un percorso di illegalità, pericoloso e perdente. Vera dice che spesso somali ed eritrei lasciano la comunità senza avvisare nessuno perché puntano ad andare all’estero, spesso in Francia, attraverso una loro rete. La storia della piccola Maria Luisa non ha purtroppo per ora un lieto fine: di una creatura che porta il mio nome e che ho il privilegio di aver aiutato a venire al mondo non so più nulla e non ho modo di seguirne la storia, come avevo sognato di fare. Questo epilogo inatteso impone a tutti la crudezza della realtà: che ne è delle persone che salviamo dal mare, quale sarà il loro futuro in Europa, come ne garantiamo l’inserimento e l’integrazione sociale, andranno verso un futuro migliore di quello dal quale sono fuggite?
Ogni nave ha una sua fisionomia, un suo carattere: contribuiscono a ciò gli uomini e le donne della Marina che vi spendono la vita con passione, dedizione, professionalità, generosità, sacrificio, abnegazione. Parole un po’ desuete che prendono il volto e le storie degli amici incontrati sulle navi. Avere la possibilità di condividere almeno per pochi giorni il loro cammino è un privilegio che mi onora e mi commuove. Lavorare in team con persone che si incontrano per la prima volta è sempre una sfida, ma anche sul Libra mi stupisco dell’affinità immediata che si crea. Si è insieme ad affrontare urgenze e fatiche non abituali, in un contesto assolutamente diverso da quello solito, senza gli strumenti che fanno da ausilio quotidiano alla pratica clinica, e si avverte una sintonia e una volontà di collaborazione difficili da sperimentare nella vita di tutti i giorni. Sarà il sentirsi ‘in trincea’, sarà lo spirito di corpo che si respira sulla nave, sarà la necessità dettata dal frangente, ma è un sentimento che si prolunga ben oltre le settimane di lavoro insieme, è una fratellanza che resta. Con Francesca, Fabiana e Angelo ho condiviso momenti talmente intensi, preziosi, unici di paura, preoccupazione, gioia, fatica che resteranno miei ‘fra’, come si chiamano tra lori i commilitoni, miei fratelli, nel senso più vero e profondo, per sempre. Ma non solo loro: con ciascun membro dell’equipaggio si è condiviso qualcosa di speciale. Così ripenso a Carmelo e al suo desiderio di poter lasciare la navigazione per stare di più con i figli che hanno bisogno di lui; a Beppe, responsabile della cucina, e alla sorprendente dispensa sull’alimentazione e sulla preparazione dei cibi; a Giovanni e alla precisione e rigore con cui organizza l’hangar; a Sebastiano e alla speranza di festeggiare l’anniversario di nozze avendo risolto le preoccupazioni per la salute della moglie; a Saverio e a quanto è bravo a saltare con la corda; ad Alessio e alla fidanzata attuale che forse è quella ‘giusta’; ad Alberto e alle inattese e insuperabili lezioni sui bitcoin; a Luis e alla saggezza e pacatezza di ogni sua decisione. E per ciascuno di loro che è riuscito in ogni momento della missione a farmi sentire sul Libra bene come a casa spero che ogni sogno si avveri perché sono amici che restano nel cuore.
Tornano in mente la bellezza struggente di certi tramonti dai colori infiniti, i cieli notturni trapuntati da innumerevoli stelle, i delfini che seguono allegri la nave affiancandosi durante la navigazione, le tartarughe placide tra le onde. Tanta magnificenza parla di ‘un altro’ e di ‘un oltre’, ricorda la nostra piccolezza, ma anche la potenza della nostra intelligenza in grado di interpretare, interrogare, capire, scegliere; richiama al senso del nostro agitarci e ai perché dell’agire quotidiano; chiede di spendere questo tempo prezioso e limitato per rendere il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato. Fuori dai ritmi abituali, con nuovi compagni di viaggio, in condizioni di lavoro difficili e faticose, con il mare ed il cielo infiniti intorno, toccando la precarietà dell’esistenza e gli abissi del cuore umano sento sempre più forte che solo la condivisione fattiva e fraterna ci salverà.
La missione solleva inquietudini e domande per le storie e gli orrori impressi negli occhi delle persone salvate dal mare, che si ha la possibilità di incontrare, conoscere, curare, assistere, vedere nascere e morire. Donne uomini e bambini viaggiano in condizioni di assoluta precarietà, senza alcuna salvaguardia minima, privati di tutto, soprattutto della dignità, in balia di gente senza scrupoli il cui scopo è lucrare sul desiderio di mettersi in salvo, sul sogno di una vita dignitosa e umana. Nessuno lascia la propria terra, i propri cari, le proprie seppur minime certezze se non spinto dalla disperazione. Da quali orrori scappa questa gente, disposta a rischiare la vita nella speranza di migliorarla? Spesso ignoriamo il dramma di tanti popoli africani: più di 30 milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, Kenya e attorno al lago Ciad, la peggiore crisi alimentare a detta dell’ONU degli ultimi 50 anni; i cambiamenti climatici che porteranno l’Africa a fine secolo ad avere tre quarti del proprio territorio inabitabile; guerre feroci alimentate dalla vendita di armi a questi Paesi poverissimi proprio da parte dei nostri Paesi opulenti e dalle quali fuggono milioni di profughi. Noi li sfioriamo in un tratto brevissimo del loro viaggio, tratto che presenta le insidie di un mare che spesso vedono per la prima volta. Il Mediterraneo fonte di prosperità per chi lo ha solcato nei secoli è diventato la tomba di uomini, donne, bambini e con loro sta naufragando anche l’Europa, come patria dei diritti: la priorità è che nessuno più perisca in mare. Non sono un politico né un sociologo, mi è difficile ipotizzare soluzioni per evitare questo esodo, proposte per migliorare l’inserimento e l’integrazione, idee per scongiurare l’isolamento e la discriminazione. Difficile non veder un fratello, in colui che hai medicato e assistito; difficile non sentire parte della propria famiglia la donna massaggiata durante il travaglio e la cui bimba hai stretto tra le braccia appena nata; difficile scordare gli occhi tristi di tante donne; quelli allegri e vispi di tanti bambini; quelli impauriti e stanchi di tanti uomini. Sono un medico e amo il mio lavoro: metto a disposizione la mia piccola competenza per questa emergenza, sapendo bene che è una goccia in un oceano di bisogni, che non risolverò. Ma non posso esimermi dal farlo. Non posso ignorare il dramma di centinaia di minori non accompagnati di cui si sono perse le tracce; a questi ragazzi ai quali la vita ha strappato l’innocenza e l’infanzia dobbiamo offrire percorsi di inserimento protetti e facilitati e restituire quei diritti essenziali di cui godono i nostri bambini. Forse possiamo fare di più: rompere il silenzio e la paura e scardinare l’indifferenza e la diffidenza con la forza della fraternità e della condivisione. Lo dobbiamo alla nostra umanità. È solo un atto di giustizia.
 A ciascuno di noi il compito a seconda delle competenze, dei ruoli e delle possibilità di trovare soluzioni, idee, proposte condivise perché questo esodo si trasformi in possibilità di riscatto e opportunità di rinnovamento. L’Europa torni a sognare e immaginare un futuro possibile per tutti, un’utopia realizzabile che diventi un sistema giuridico, economico e sociale in grado di promuovere la pienezza della vita umana al suo interno e per chi la cerca disperatamente bussando ai suoi confini.
Monza, agosto 2017
Maria Luisa Melzi
medico volontario di Fondazione Rava
mimmi.melzi@libero.it





Emergenze nei paesi remoti

VII CORSO DI PERFEZIONAMENTO
Genova, 15/17 febbraio 2018

Il corso, riservato a medici, infermieri ed ostetriche, si terrà dal 15 al 17 febbraio 2018 (minimo 10 partecipanti, massimo 18) presso il modernissimo Centro di Simulazione Universitario di Genova.
Scopo del corso è far acquisire competenze medico-professionali a medici ed infermieri nella gestione dell’emergenza e delle patologie africane. Inoltre, vista la notevole probabilità di dover lavorare in équipe miste, verrà curata l’integrazione professionale di entrambe le figure, aumentandone anche le competenze di sistema.
Il corso, teorico-pratico, verterà sulle emergenze dell’adulto e del bambino e sulla rianimazione neonatale nei paesi remoti, dove il primo soccorso va prestato tempestivamente basandosi su scarse risorse diagnostiche e terapeutiche. Le manovre rianimatorie verranno eseguite in maniera interattiva dai discenti e dai docenti con l’ausilio dei manichini high-fidelity e del materiale didattico del centro di simulazione avanzata dell’Università degli Studi di Genova.
Verrà dedicata una sessione interattiva alla “fast ecography” e vi saranno aggiornamenti su patologie neurologiche, ostetriche, ortopediche, infettivologiche, dermatologiche e da morsi di animali velenosi.
Il costo dell’iscrizione è di euro 550 per i medici e di euro 400 per le altre categorie (entro il 12 gennaio) ed euro 650 per i medici e euro 500 per le altre categorie (dopo il 12 gennaio).
Richiesti crediti ECM. •

Per iscrizioni e informazioni: MEDICI IN AFRICA ONLUS Segreteria Organizzativa
Da lun. a ven. 9.30/13.30  tel 010.35.37.274 – mediciinafrica@unige.it – www.mediciinafrica.it



Il Pensiero Scientifico Editore
Riproduzione e diritti riservati  |  ISSN online: 2038-2480