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DOI 10.1707/3159.31394 Scarica il PDF (61,5 kb)
Ric&Pra 2019;35(3):115-116



Bambini in carcere

Paolo Siani
Pediatra e Parlamentare, Direttore UOC Pediatria 1, Ospedale Santobono, Napoli – paolo.siani@gmail.com


16 ragazze (10 italiane e 6 straniere), con i loro 19 bambini (13 italiani e 6 stranieri) di età compresa tra i 12 mesi e i 5 anni, sono ospitate attualmente presso l’Istituto a Custodia Attenuata per Madri detenute (Icam) di Lauro (AV).
Gli Icam in Italia sono 10 e ospitano 49 mamme (19 italiane e 30 straniere e 53 bambini – 23 italiani e 30 stranieri) e, anche se assomigliano più ad asili che a prigioni, rappresentano pur sempre una limitazione della libertà per i bambini. Sono un’esperienza da comprendere ma anche da superare.
Sarebbe necessario un altro istituto previsto dalla stessa legge del 2011, quello delle case famiglia protette. Quanto meno nei casi di detenute, condannate a reati non gravissimi, servirebbero a tutelare non solo un diritto sacrosanto delle donne, quello alla maternità, ma soprattutto a fare in modo che i bambini non si trovino a scontare pene per colpe che non sono loro.
È ormai unanimemente riconosciuto che i primi tre anni di vita dei bambini sono fondamentali per il loro sviluppo futuro e per la loro crescita equilibrata.
E che inizio di vita stiamo offrendo a questi 53 bambini che vivono in un carcere pur se senza sbarre, con la loro mamma?
Potranno mai avere uno sviluppo neuropsichico normale questi bambini?
Sappiamo ormai con certezza che le capacità visive e uditive cominciano il loro sviluppo, e quindi iniziano la loro funzione, verso il sesto mese di gestazione, così come, già prima della nascita, si pongono le basi per lo sviluppo del linguaggio e lo sviluppo cognitivo. Tutte e tre le curve di queste funzioni raggiungono il loro apice di crescita (intesa come velocità e non come performance) entro i primi tre anni: e poiché è noto che l’esercizio aumenta la resa, anche in questo caso è dimostrato che le stimolazioni affettive, sensoriali, sociali, influenzano lo sviluppo di queste funzioni più in questo periodo che in altri.
Cioè i primi 3 anni di vita sono quelli probabilmente decisivi in cui si mettono le basi per la crescita futura.
Pensavamo anni fa che il cervello avesse una crescita lineare e che la genetica svolgesse un ruolo determinante nello sviluppo dell’intelligenza e invece non è così, lo sviluppo del cervello dipende dalla complessa interazione tra geni e ambiente.
Nei primi anni, forti stress, come quelli derivanti da povertà estrema, abusi, violenze, abbandono o da grave depressione materna, possono essere estremamente dannosi, “tossici” per il cervello in via di sviluppo.
Studi neurofisiologici, condotti su bambini di famiglie con diverso status socioeconomico, mostrano come la deprivazione economica si associ con alterazioni in alcune delle funzioni cerebrali prefrontali di tipo cognitivo e linguistico.
Che prospettive di vita stiamo offrendo a questi 53 bambini che pagano colpe non loro?
Le prigioni, attenuate o meno, non sono luoghi per bambini, la detenzione dei bambini in strutture carcerarie è una pratica contraria ai diritti umani, anche se tutte le donne di Lauro ci hanno detto di essere molto contente di avere con loro i bambini, i figli rappresentano una sorta di salvezza per loro.
E allora la mia proposta è che nessun bambino stia più in un carcere pur senza sbarre, e quindi si provveda subito a istituire “comunità alloggio” in alternativa agli Icam, prevedendo il sostegno economico dello Stato o degli enti locali dove sono situati gli Icam, sarebbe l’unico modo per evitare la carcerazione preventiva, ma anche per vivere in maniera alternativa la pena mettendo al primo posto la vita, le relazioni e la crescita psico-fisica dei bambini.



Inoltre è necessario che qualcuno segua attivamente questi bambini da subito, si sostengano con tutor che si prendano cura di loro e della loro famiglia, ci si accerti che vadano regolarmente a scuola e con profitto, e che poi vengano seguiti in un doposcuola, si intervenga subito se si notano difficoltà o malessere, ci si organizzi affinché possano fare sport come tutti i bambini, insomma ci si attrezzi affinché possano recuperare lo svantaggio dei loro primi anni di vita e non cadere negli stessi errori di loro genitori. Sono solo 53, si può fare, purché qualcuno si accorga di loro.
La commissione infanzia e adolescenza porterà questo problema all’attenzione del governo.
Il testo è stato pubblicato anche su
Quotidiano e Sanità, 10 marzo 2019.

Le opinioni espresse dall’autore sono personali e non riflettono
necessariamente quelle dell’istituzione di appartenenza.


Il Pensiero Scientifico Editore
Riproduzione e diritti riservati  |   ISSN online: 2038-2480