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DOI 10.1707/3159.31400 Scarica il PDF (110,0 kb)



Nuovi scenari sull’integrazione sociosanitaria per le disabilità e le non autosufficienze
La difficoltà non sta nelle idee nuove, ma
nell’affrancarsi da quelle vecchie, le quali,
per coloro che sono stati educati come lo è
stata la maggioranza di noi, si ramificano
in tutti gli angoli della mente.
J.M. KEYNES (1935)

INTRODUZIONE
Da molto tempo1 discutiamo, progettiamo, normiamo e cerchiamo di realizzare l’integrazione dei servizi sociosanitari, in particolare nel campo delle disabilità2 e delle non autosufficienzea. Tale lungo cammino ha rappresentato un determinante nell’innovazione sociale del welfare3-9 – con effetti differenziati tra il livello nazionale, quelli regionali e ancor più quelli locali – del nostro Paese10. E non solo, ovviamente11-14.
A seconda di quale punto di vista si voglia assumere, parliamo di decenni di pratiche:
caratterizzate da compositi mix di figure molto diverse tra loro – dal personale sanitario a quello assistenziale15; da quello professional a quello del caregiving informale16,17;
correlate a processi riorganizzativi istituzionali altrettanto complessi, e a volte complicati – dalle forme consortili per la programmazione e gestione tra soli EE.LL. e/o con le Asl18; alla riorganizzazione del rapporto ospedale-territorio19; alla ricomposizione delle risorse attivate dai diversi attori partecipanti all’intervento20,21;
con l’emergere di nuovi soggetti e di nuove forme di rapporto tra la committenza pubblica e i fornitori – dalla cooperazione sociale22, alle forme di partenariato pubblico-privato23, nonché recentemente ai soggetti profit, sul lato della produzione24; così come al crescente ruolo delle fondazioni bancarie25,26 e delle società di impact investing27-29, sul lato del finanziamentob;
interrelate all’adozione di modelli di regolazione mutuati/adattati dalla sanità – autorizzazione, accreditamento, contrattualizzazione30,31 – o a forme più “spinte” di affidamento – come la concessione32,33; se non di vendita vera e propria di strutture/servizi con il diritto di fruizione di una parte di essi a condizioni predefinite – in particolare per quanto riguarda le Rsa;
insieme alla partecipazione attiva alla programmazione territoriale – quale possono essere considerate la co-programmazione e la co-progettazione34,35.
L’elenco potrebbe ovviamente continuare.
Non tutto quanto si è poi effettivamente realizzato può essere considerato a pieno titolo innovazione sociale e questo anche per la pressione (in positivo) e i condizionamenti (in negativo) delle transizioni che attraversano il sistema di welfare italiano36-41.
La riflessione che segue dà per acquisita la ricostruzione di tale percorso e intende focalizzarsi su alcuni drivers che, alla luce di quanto sappiamo oggi, potranno condizionarne gli esiti. Ci riferiamo, in particolare: alla digitalizzazione – robotizzazione – automazione; alla fragilizzazione del welfare familiare; all’ibridazione tra profit, non profit e public.
L’obiettivo è quello di delineare le premesse per costruire scenari42,43, ovvero per ulteriori approfondimenti in funzione di nuove strategie nonché per implementare policies esistenti.

DIGITALIZZAZIONE, ROBOTIZZAZIONE, AUTOMAZIONE E NUOVI MODELLI DI SERVIZIOc
La digitalizzazione, ovvero la conversione sulla base di un codice binario che trasforma il reale per essere trasmesso/stoccato ovunque con reti e archivi telematici e successivamente riconvertito di nuovo in reale in ogni parte del mondo interconnesso, può oramai essere considerata il tratto distintivo di una antropologia che vive entrambe le componenti reale/digitale come dimensioni compresenti di unica esistenza umana44.
La correlata strumentazione, impostasi a ritmi impressionanti nel corso di pochi anni, è parte integrante delle diverse dimensioni della quotidianità. Basti pensare alla domotica, all’ambient assisted living, alla roboticad e all’intelligenza artificiale, e alle loro applicazioni sempre più automatizzate ovvero indipendenti dall’azione umana: dalla gestione e controllo della casa, agli spostamenti, alla preparazione dei pasti, al monitoraggio/cura a distanza di patologie croniche o meno, al lavoro e ai sistemi di produzione, all’acquisto di beni e servizi, alle attività finanziarie, alla sicurezza, al tempo libero, ecc.
Le componenti fondamentali delle relazioni umane sono sempre più mediatizzate, ovvero trasformate e potenziate da tastiere, smartphone, assistenti virtuali/Ai, ologrammi, ecc. Ogni superficie può divenire uno schermo su cui vedere ed essere visti, leggere ed essere letti, ascoltare ed essere ascoltati. Da strumenti di fruizione passiva di contenuti, gli schermi divengono luoghi di relazione e i siti e le applicazioni le relative infrastrutture.
Lo stesso vale per le nostre strutture cognitive. La connessione sostituisce la memorizzazione e gli algoritmi l’organizzazione del sapere. Tempo, spazio, comunità sociali e politiche, con il passaggio alla rete, assumono così nuovi significati, dimensioni e regole. Stiamo diventando ciò che connettiamo45.
Ovviamente non si tratta di una transizione indolore. Tutto ciò impone sfide sociali, etiche, giuridiche46, economiche, politiche, ancora di difficile stima e qualificazione. Solo qualche riferimento: la accentuata competizione nell’economia globalizzata collegata alla innovazione dei sistemi produttivi47 e le ricadute sui profili e livelli occupazionali48-50; la concentrazione del potere economico e del controllo politico51; il processo di individualizzazione, ovvero di superamento della funzione e legittimazione dei corpi intermedi sostituiti da social media caratterizzati da personalizzazione, disintermediazione, semplificazione e velocizzazione della relazione di rappresentanza – con la possibilità di ridurre/azzerare la distanza con rappresentanti/rappresentati, in particolare per questi ultimi di esprimersi in prima persona52 ed agire forme più o meno efficaci di sorveglianza sull’operato dei governanti.
Siamo poi di fronte a processi sempre più intergenerazionali. Se da una parte, infatti, le nuove generazioni sono composte da “nativi digitali”, dall’altra anche le meno giovani vivono inculturazione e socializzazione crescenti con la digitalizzazione. Nel 2017 gli utilizzatori 65-74enni del web sono stati il 30,8% (erano il 13,8% nel 2011), mentre quelli con 75 anni e più l’8,8% (dal 2,7% nel 2011). Se si considera i 45-64enni, oggi caregiver di parenti non più autonomi e in prospettiva utenti futuri dei servizi per anziani, il trend è ancora più accentuato. E questo grazie anche al costante miglioramento della semplicità di utilizzo, al supporto diretto ai fruitori, alla percezione di utilità da parte degli utenti stessi53.
Ed è proprio attorno a queste qualità – simplicity, enabling, usefulness – che si sta giocando la partita della digitalizzazione dell’assistenza sociosanitaria.
La figura 154 rappresenta sinteticamente l’articolazione delle diverse tecnologie utilizzabili e delle funzioni da esse svoltee.



Se da una parte la ricerca tecnologica, anche alla luce della influenza e trasferibilità di quanto è già componente ordinaria in campo sanitario55-56, è arrivata a risultati assolutamente significativi, dall’altra mancano verifiche effettive dell’impatto che i prototipi realizzati possono avere sia nella condizione di vita degli assistiti che nella riorganizzazione dei modelli di servizio.
I progressi tecnologici nei settori della intelligenza artificiale, della roboticaf, dell’Internet of Things, delle interfacce uomo-macchina e delle comunicazioni stanno infatti ampliando le possibilità di sviluppare nuovi modelli di servizio e/o migliorare quelli esistenti. Sul mercato sono presenti tecnologie mature e semplici per poter essere fin da ora integrate in servizi assistenziali innovativi. Tuttavia la loro applicazione richiede un cambiamento dei processi assistenziali con nuove o adattate mansioni e maggiori competenze tecnologiche da parte degli operatori e utilizzatori finali. Ciò comporta investimenti iniziali non secondari, sia nella riprogettazione dei modelli di intervento che nella riqualificazione/riorganizzazione del capitale umano presente, nonché, ovviamente, nella infrastrutturazione di un mercato di fornitori, installatori, manutentori, controllers, ora difficilmente sostenibili per gli erogatori sia pubblici che privatig.
È convinzione di molti, al contempo, che se focalizzate sulle reali necessità degli assistiti e delle famiglie, Ict e robotica possano migliorare la qualità di vita, permettere di vivere in modo più sano e indipendente, favorire una migliore gestione delle capacità fisiche e cognitive residue relative all’invecchiamento/disabilità.
Rimane la necessità di verificare sul medio lungo periodo, e con follow up numericamente adeguati: gli ostacoli alla confidenza con le tecnologie; il loro effettivo e concreto supporto per il mantenimento dell’autonomia residua e di una vita quanto più possibile indipendente e relazionalmente significativa; l’efficacia rispetto ai rischi connessi all’ ambiente domestico (cadute, disidratazione, malnutrizione, fughe di gas, ecc.); il monitoraggio dei fattori che incidono maggiormente sull’evoluzione dello stato di salute, complessivamente intesa, al fine di progettare l’elaborazione di algoritmi ad hoc; la valutazione dell’impatto che esercitano sul livello di benessere complessivo dell’anziano nonché sul suo senso di sicurezza e di appartenenza alle reti primarie e amicali, vs il rischio di un maggiore confinamento (esclusione relazionale e insufficienza di tutela e assistenza); l’effettivo supporto per i caregiver formali e informali, soprattutto nell’ottica di una presa in carico del bisogno più efficace e personalizzata.
In altre parole, così come l’implementazione di servizi sociosanitari capacitanti (personalizzati, appropriati, sostenibili), richiede di fare sintesi tra prevenzione, medicina e assistenza di iniziativa, riabilitazione, e socializzazione, con un ruolo centrale ricoperto dalle tecnologie – in quanto supportano l’autonomia e la sicurezza dell’assistito; alleggeriscono il caregiving familiare o professionale; gestiscono e standardizzano le informazioni utili al governo clinico e alla gestione di sistema dei servizi e degli interventi; stimolano lo sviluppo e miglioramento di vecchi e nuovi modelli di servizi – è altresì vero che nonostante il fermento e il crescente interesse dei players del settore e dei decision makers, sembra mancare una strategia mirata a trasformare tutto ciò in una policy adeguata.
Questo non significa che la digitalizzazione del sociosanitario possa fermarsi. Usando la metafora della inondazione per tracimazione, essa comunque proseguirà, per l’appunto con modalità non governate e quindi con esiti che potranno essere particolarmente pesanti in termini di iniquità (digital divide tra assistiti, obsolescenza delle competenze professionali soprattutto per le basse qualifiche, ecc.) e conseguentemente di qualità della vita per i destinatari e le loro famiglie.

LA FRAGILIZZAZIONE DEL WELFARE FAMILIARE
In tema di famiglie, nella comunità scientifica è ampiamente condiviso che il nostro sia un sistema di welfare a forte impronta familistica58, per la rilevanza che storicamente i legami familiari hanno nella formazione, socializzazione e collocazione delle persone nella stratificazione sociale (dai percorsi educativi, a quelli lavorativi, a quelli economici e politici59, per la protezione (micro) sociale che le famiglie da sempre garantiscono60 – nello specifico epidemiologico, esse possono essere considerate un vero e proprio determinante di salute61 – per una sorta di adattamento-delega-incentivazione da parte del welfare pubblico al fai da te delle famiglie62. Tale impronta peraltro caratterizza, proprio nel campo delle non autosufficienze, le trasformazioni in atto in molti altri sistemi di welfare europei16 originariamente meno familistici del nostro.
Nel corso di una serie di studi e ricerche38,19,63 abbiamo cercato di quantificare il budget che le famiglie italiane gestiscono in ambito sanitario e sociosanitario al fine di utilizzarlo come misuratore della loro rilevanza (tabella I).
Tenuto conto della necessità di ulteriori studi e approfondimenti, rimane il fatto che si tratta di un risultato quanto mai significativo.
Perché rappresenta un valore complessivo pari alla metà del Fondo sanitario nazionale, a quasi una volta e mezzo la spesa socioassistenziale pubblica, e circa 1/5 della spesa previdenziale Inps complessivamente intesa.



Sia per il fatto che il complesso mondo delle famiglie italiane è in una profonda trasformazione demografica e culturale, con scenari che fanno realisticamente prevedere che l’azienda di welfare famiglia sarà strutturalmente sempre meno in grado di svolgere i compiti garantiti fino ad oggi, per almeno quattro tendenze64-65: l’invecchiamento, con la riduzione del differenziale di aspettativa di vita tra maschi e femmine, parallelamente all’aumento degli anni in cattiva salute soprattutto delle femmine66; la semplificazione delle reti familiari primarie67, con una riduzione rilevante del numero di componenti, insieme ad una contemporanea crescita delle famiglie ricomposte nelle quali i legami tra membri e tra generazioni trovano nuovi assetti; il distanziamento fisico dei suoi componenti, ovvero il diradarsi delle reti parentali, reti che a partire dagli anni del boom economico67 hanno interconnesso e mutualizzato i rischi dei singoli nuclei familiari a livello territoriale, con la conseguenza del venire meno della possibilità di solidarietà diretta tra le generazioni; la ridefinizione dei comportamenti di genere68 e delle capacità economiche, in particolare nel rapporto tra consumi e risparmioi.
Pur assumendo come presupposto ottimistico che l’attuale disponibilità di risorse e la loro distribuzione non si modificheranno in modo significativo (non aumentando la fascia delle famiglie impoverite o riducendo la loro capacità di spesa), se la mole di attività informali non monetizzate venisse svolta da un sistema professionale, l’impatto economico sarebbe comunque quanto mai rilevante e le fonti di finanziamento sopra indicate (risorse proprie, trasferimenti monetari, tax expenditure, ecc.), senza interventi strutturali, sarebbero tutte messe a dura prova70. In altri termini, i bisogni/domande, soddisfatti dalle famiglie secondo le soluzioni trovate fino ad oggi, si riverserebbero verso altre soluzioni. Facile immaginare che, in primis, queste siano quelle pubbliche.
Da qui l’esigenza di affrontare in modo preventivo e strutturale interventi che possano evitare effetti quali: la pressione impropria nei confronti del sistema pubblico con relativo effetto di ulteriore razionamento; l’aumento delle iniquità di salute e di accesso ai servizi/prestazioni; la crescita delle rinunce e riduzione della effettività dei diritti di welfare riconosciuti41.

L’IBRIDAZIONE TRA PROFIT, NON PROFIT E PUBLIC
Il terzo driver degno di attenzione riguarda il processo di ibridazione che vede coinvolti gli attori a diverso titolo impegnati nel garantire l’erogazione delle prestazioni/servizi sociosanitari. Il tema non è nuovo71-73. Di certo risulta di crescente interesse anche a livello istituzionale, come dimostra il recente rapporto di ricerca dell’Istat sulla cooperazione italiana74, lì dove focalizza il tema dei gruppi cooperativi composti anche da enti non cooperativi.
In questa sede, tenendo conto dello stato di avanzamento della Riforma del Terzo settore
(L. 106/2016) e delle conseguenti evoluzioni/aggiornamenti giuridici dei singoli attori (D.lgs 117/2017)
j, con ibridazione intendiamo due profili, da considerare senza soluzione di continuità:
la costruzione/consolidamento di rapporti di controllo-partecipazione societaria diversamente correlati tra attori non profit-profit-public, di fatto antecedenti la Riforma76;
l’arrivo di nuovi/riconvertiti attori che nel mercato sociosanitario pubblico (outsourcing) e/o privato (out of pocket o intermediato), sostanzialmente presidiato dalla cooperazione sociale, sono ora in grado di assumere un profilo più marcatamente imprenditoriale (le associazioni, le fondazioni, le cooperative sociali – enti non profit di Terzo settore che divengono imprese sociali), ovvero trasformarsi da soggetti profit a soggetti non profit (le società di capitali – enti profit che divengono imprese sociali di Terzo settore e di conseguenza non profit), grazie a quanto innovato (la norma originaria era la L. 118/2005 e il D.legs. 155/2006) in tema di impresa sociale (D.lgs 112/2017)k, sulla scia della normativa sulle società benefit e le start up innovative (D.L. 179/2012 e D.L. 3/2015), ovvero alla “dilatazione giuridica del perimetro dell’impresa sociale”.
In termini sintetici, il riordino della disciplina della impresa sociale (vedi Appendice – Impresa sociale): rende inequivocabile la appartenenza al Terzo settore dei soggetti privati che adottino tale qualifica; stabilisce l’ampliamento dei settori di attività in cui è possibile operare così come i profili dei lavoratori svantaggiati inseribili; interviene in materia di disciplina fiscale e, più in generale, sulle modalità di governo.
Tenuto conto dei vincoli stabiliti dalla norma, delle incertezze sulla sua implementazione, delle differenze di trattamento fiscale a seconda della forma giuridica originaria e del tipo di partecipazione finanziaria, ovvero della cautela che alcuni players interessati sembrano mantenere, il punto su cui porre l’attenzione riguarda la vasta platea di soggetti che, adottando tale qualifica, risultano potenzialmente in grado di partecipare ai mercati dei servizi sociosanitari.
Alcune stime sul potenziale dell’imprenditoria sociale in generale77, e su quello sociosanitario in particolare, sono al riguardo, particolarmente significative.
In generale, considerando l’insieme composto dalle cooperative sociali e dalle imprese sociali ex lege, dalle organizzazioni non profit market orientedl, dalle imprese for profit operanti nei settori dell’impresa socialem, nonché dalle start up innovative a vocazione sociale e dalle società benefit, arriviamo ad un aggregato di imprese dell’ordine delle 100.000 unità77 (tabella II). Di queste, 2/3 sono profit e poco più di 1/10 soggetti non profit non imprese sociali. In altri termini, i 4/5 del potenziale risulterebbe coperto da attori che fino ad ora non hanno assunto la qualifica di imprese sociali.
Se consideriamo invece il solo sociosanitario, la stima può essere costruita nel seguente modo:
• circa 8500-9000 sono le cooperative sociali;
• all’incirca 500 le imprese sociali ex lege;
• altre 3500 le non profit market oriented;
• e almeno 27.000 le imprese profit che secondo il Censimento Istat 2011n sulle imprese operano nel sanitario e nell’assistenziale.



In pratica, secondo questa proxy, a fronte di circa 9-10.000 imprese sociali operanti nel sociosanitario (coop sociali + ex lege), risulterebbero altre 30.000 imprese (profit e non profit market oriented) potenzialmente in grado di assumere la qualifica di impresa sociale. Quindi i ¾ del potenziale imprenditoriale verrebbero coperti da attori che fino ad ora non hanno assunto la qualifica di imprese sociali.
Il passaggio dal potenziale all’effettivo, oltre che dalle scelte degli attori direttamente interessati, dipenderà ovviamente se e come si implementeranno (soprattutto fiscalmente) le soluzioni prospettate dalla Riforma del Terzo settore, da come verrà recepita nelle normative regionali, da come si evolverà il Codice degli appalti, ecc. Di certo, il processo di ibridazione non potrà non essere una delle variabili con cui monitorare e valutare l’evoluzione del sistema sociosanitario del nostro Paese.

PIÙ CHE DELLE CONCLUSIONI…
Le riflessioni sviluppate si sono concentrate sui servizi sociosanitari e hanno preso in considerazione solo marginalmente la rilevanza che riveste, nel nostro Paese, il welfare monetario.
A livello centrale, esso si traduce in trasferimenti assistenziali e in permessi lavorativi gestiti in buona parte dall’Inps, nonché in agevolazioni fiscali di diversa natura. Mentre, in misura minore, in forma di sussidi/buoni erogati dagli Enti locali.
Basti pensare che, nonostante quanto spesso si sente affermare, la spesa complessiva per protezione sociale (previdenza, sanità, assistenza) tra il 2009 e il 2015 non è diminuita bensì è aumentata, seppur leggermente, di 14 miliardi €, pari al 3,2%. Ciò che risulta significativo è stato l’incremento dei trasferimenti monetari, sia pensionistici (+ 6 miliardi €) che assistenziali (+ 10 miliardi €), a fronte di una altrettanto significativa riduzione dei servizi assistenziali in natura di quasi il 40% (-5 miliardi € rispetto ai 13 del 2009), e di una sostanziale stabilizzazione o della spesa sanitaria63.
Riconfigurare il rapporto monetario/servizi – o cash/in kind – risulta, come ampiamente dimostrato nella vicenda italiana, particolarmente difficile. Proposte di questo tipo, anche negli ultimi anni, ne sono state avanzate diverse78-80.
Si tratta di un determinante – in negativo81 – che, soprattutto se non si fermerà la propensione allo scambio politico consenso/welfare monetario confermato anche dalla ultima Legge di Bilancio 2019, renderà non solo più difficile affrontare in modo positivo i trend sopra indicati, ma la tenuta dello stesso sistema di welfare, complessivamente inteso, sarà messa a dura prova.
Massimo Campedelli
Professional affiliate
Istituto Dirpolis,
Scuola Sant’Anna, Pisa
massimocampedelli@gmail.com




APPENDICE


IMPRESA SOCIALE


Definizione
“L’impresa sociale è un particolare soggetto del Terzo settore. L’art. 4, comma 1, CTS, include infatti l’impresa sociale in un elenco di enti del Terzo settore “nominati”, che comprende altresì le organizzazioni di volontariato (ODV), le associazioni di promozione sociale (APS), gli enti filantropici, le reti associative e le società di mutuo soccorso. In estrema sintesi, può dirsi che l’impresa sociale è la tipologia organizzativa del Terzo settore specificamente pensata dal legislatore per l’esercizio di attività economica d’impresa, anche se tale esercizio non è in principio precluso agli altri enti del Terzo settore (ETS). L’art. 1, comma 1, d.lgs. 112/2017, chiarisce che quella di impresa sociale è una “qualifica”, in principio acquisibile da tutti gli enti privati a prescindere dalla forma giuridica di loro costituzione (che deve comunque avvenire per atto pubblico: art. 5, comma 1), inclusa quella societaria. Ne deriva la possibilità di avere associazioni “imprese sociali”, fondazioni “imprese sociali”, società cooperative “imprese sociali”, società per azioni “imprese sociali”, e così via. Ovvero, detto altrimenti, imprese sociali costituite in forma di associazione, di fondazione, di cooperativa, di società per azioni, ecc. Ovviamente, la scelta della forma giuridica dell’impresa sociale dipenderà dalle specifiche esigenze sottostanti alla sua costituzione, essendo ciascuna forma giuridica la sintesi di un diverso modello di governance, e dunque di una diversa combinazione di risorse umane, patrimoniali e non patrimoniali, oltre che di una diversa cultura organizzativa che spesso affonda le sue radici in ragioni d’ordine storico o ideologico. Per alcuni tipi di enti, ad esempio gli enti pubblici (nonché le società con unico socio persona fisica), l’accesso alla qualifica è invece espressamente escluso (art. 1, comma 2, d.lgs. 112/2017), mentre per altri, cioè le cooperative sociali e i loro consorzi, la qualifica si ottiene “di diritto” (art. 1, comma 4, d.lgs. 112/2017). Come stabilisce l’art. 1, comma 1, d.lgs. 112/2017, la qualifica è riservata agli enti che operano in conformità alle disposizioni del decreto, cioè che osservano e rispettano tutte le regole in esso contenute, da quelle relative all’attività da esercitarsi (art. 2) a quelle relative all’assenza di scopo di lucro (art. 3), a quelle relative alla redazione e deposito del bilancio sociale (art. 9, comma 2) e al coinvolgimento di lavoratori ed utenti (art. 11), ecc. Tali precetti normativi, pertanto, costituiscono, tecnicamente, non già veri e propri obblighi di comportamento, bensì oneri di qualificazione. Servono più a delineare i confini e il perimetro dell’impresa sociale come fattispecie, che di per sé a prescrivere condotte. Coerentemente con ciò, le irregolarità accertate e non sanate in sede di controllo pubblico danno luogo alla perdita della qualifica di impresa sociale (e alla sua conseguente cancellazione dalla sezione speciale del registro delle imprese) e non già alla liquidazione dell’ente, ferma restando la devoluzione obbligatoria del patrimonio (art. 15, comma 8, d.lgs. 112/2017)” 82.

Campi di attività
L’art. 2 del D.legs. 112/2017 elenca: servizi sociali; interventi e prestazioni sanitarie; prestazioni socio sanitarie; educazione, istruzione e formazione professionale; salvaguardia dell’ambiente e delle risorse naturali; valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio; formazione universitaria e post-universitaria; ricerca scientifica di particolare interesse sociale; attività culturali e ricreative di interesse sociale; radiodiffusione sonora a carattere comunitario; organizzazione e gestione di attività turistiche di interesse sociale, culturale e religioso; formazione extra-scolastica; servizi strumentali alle imprese sociali; cooperazione allo sviluppo; o. commercio equo e solidale; servizi finalizzati all’inserimento lavorativo; alloggio sociale; accoglienza umanitaria e integrazione sociale dei migranti; microcredito; agricoltura sociale; attività sportive dilettantistiche; riqualificazione beni pubblici inutilizzati e beni confiscati. Inoltre, In analogia con quanto previsto dalla L. 381/1991 tutti i settori nel caso in cui sono inclusi lavoratori svantaggiati e lavoratori disabili.

Profili dei lavoratori svantaggiati
Sempre l’art.2 del D.legs 112/2017, al comma 4, stabilisce che: “Ai fini del presente decreto, si considera comunque di interesse generale, indipendentemente dal suo oggetto, l'attività d'impresa nella quale, per il perseguimento di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, sono occupati: a) lavoratori molto svantaggiati ai sensi dell'articolo 2, numero 99), del regolamento (UE) n. 651/2014 della Commissione, del 17 giugno 2014, e successive modificazioni; b) persone svantaggiate o con disabilità ai sensi dell'articolo 112, comma 2, del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50, e successive modificazioni, nonché persone beneficiarie di protezione internazionale ai sensi del decreto legislativo 19 novembre 2007, n. 251, e successive modificazioni, e persone senza fissa dimora iscritte nel registro di cui all'articolo 2, quarto comma, della legge 24 dicembre 1954, n. 1228, le quali versino in una condizione di povertà tale da non poter reperire e mantenere un'abitazione in autonomia. 5. Ai fini di cui al comma 4, l'impresa sociale impiega alle sue dipendenze un numero di persone di cui alle lettere a) e b) non inferiore al trenta per cento dei lavoratori. Ai fini del computo di questa percentuale minima, i lavoratori di cui alla lettera a) non possono contare per più di un terzo. La situazione dei lavoratori di cui al comma 4 deve essere attestata ai sensi della normativa vigente”.

Profili fiscali
Sono previste: la detassazione degli utili e degli avanzi di gestione destinati allo svolgimento dell’attività statutaria o ad incremento del patrimonio, nonché al versamento del contributo dovuto per l’attività ispettiva o all’ aumento gratuito del capitale sociale a fini della sua rivalutazione; la detrazione d’imposta (per le persone fisiche) o la deduzione dal reddito (per le società e gli altri enti giuridici) del 30% delle somme investite nel capitale sociale di un’impresa sociale in forma societaria (anche cooperativa), misura estesa anche alle fondazioni imprese sociali, ovverosia agli atti di dotazione o ai contributi al patrimonio delle fondazioni; la possibilità di raccogliere capitale di rischio attraverso piattaforme online (c.d. crowdfunding). Su questo sono poi ritornati i decreti di aggiornamento.

Governo/governance
Determinante, ovviamente, è la forma giuridica di costituzione dell’impresa sociale (capitalistica vs personalistica, a seconda delle origini). Indipendentemente dalla forma, vi è uno standard minimo che ogni impresa sociale deve rispettare: la nomina della maggioranza degli amministratori spetta all’assemblea dei soci o degli associati dell’impresa sociale; l’obbligo di redigere il bilancio di esercizio e il bilancio sociale in conformità a linee guida ministeriali; avere almeno un sindaco con i requisiti previsti dal Codice civile, ovvero un revisore legale iscritto; prevedere forme di coinvolgimento dei lavoratori, utenti ed altri stakeholder; rispettare un tetto massimo per le differenze retributive; ecc. Pur essendo vietato agli Enti pubblici costituire un’impresa sociale, la riforma apre alla loro partecipazione che, conseguentemente, alla governance (insieme ai soggetti for profit), vincolando di non esercitare direttamente o indirettamente il controllo.  •

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