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DOI 10.1707/3201.31789 Scarica il PDF (54,5 kb)
Ric&Pra 2019;35(4):171



Photoshop


Un’immagine vale più di mille parole. 
A questo luogo comune potremmo aggiungere che può valere anche una pubblicazione prestigiosa, una notizia su giornali tra i più importanti del mondo, un applauso convinto al termine di una presentazione ad un congresso, la vittoria in un concorso. Altro che mille parole: un’immagine vale un sacco di soldi.
Lo sa bene chi – nei propri laboratori di ricerca – si è attrezzato per tempo, magari assoldando a buon mercato il figlio della cugina, smanettone mago del Photoshop: il software che è lo strumento irrinunciabile per la computer grafica. Talmente affermato che è diventato un verbo: le immagini si photoshoppano. Si modificano, cambiano, migliorano.
Da quando lo sport del Photoshop è diventato la norma in certi ambienti, però, è più difficile farla franca: si viene scoperti perché i colleghi – sgamati quanto noi – si trasformano in detective e hanno anche loro parenti smanettoni che partono alla ricerca dell’imbroglio. E hai voglia se ne trovano, di imbrogli. Elisabeth Bik è una ricercatrice danese che ha lavorato diversi anni alla Stanford School of Medicine sviluppando un interesse particolare per le falsificazioni di immagini da parte di ricercatori. Uno studio su oltre 20mila articoli svolto utilizzando un software di elaborazione delle immagini ha rilevato problemi in quasi il 4 per cento dei documenti 1. Intendiamoci, non solo frodi ma anche tagli inappropriati o duplicazioni accidentali. E molta beautification, parola deliziosa che sottolinea l’ingenuità e la grazia che sottendono ad un paziente lavoro di ritocco per far sembrare più attraente quel che abbiamo trovato.



Il nostro – popolo di poeti artisti eroi santi pensatori scienziati navigatori trasmigratori – vanta anche una nutrita legione di photoshoppatori. Difficile, però, far nomi e cognomi, perché alla fine la colpa è sempre del figlio della cugina: sarà un attimo sostituirlo nell’ultimo gradino dello staff col ragazzo della figlia e né dell’uno, né dell’altro ci ricorderemo mai il nome (bel problema questa perdita di memoria…). Poi, diciamocelo con sincerità: oltre a non essere un reato (almeno pare), comportamenti così triviali non possono riguardare Scienziati con l’iniziale maiuscola. Almeno non in Italia, perché in diverse università internazionali han perso il posto in molti per la beautification. Compreso a Stanford.
Da noi è un complotto.
Ldf
luca.defiore@pensiero.it

1. Bik EM, Casadevall A, Fang FC. The prevalence of inappropriate image duplication in biomedical research publications. MBio 2016; 7: e00809-16.


Il Pensiero Scientifico Editore
Riproduzione e diritti riservati  |   ISSN online: 2038-2480