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Finanziamenti alla ricerca in Italia
Silvio Garattini
Direttore IRFMN, Milano
sgarattini@marionegri.it
Vogliamo iniziare il primo numero di R&P del 2008 con un pizzico di ottimismo per quanto riguarda la ricerca scientifica, il motore del progresso e dello sviluppo di un Paese quando venga ben programmata e sostenuta. Vi sono infatti segni, per quanto tenui, di cambiamenti che potrebbero essere significativi. Il Capo dello Stato ha iniziato il Suo discorso ricordando, dopo la Sua visita all’Istituto Mario Negri, che la ricerca è un elemento essenziale per l’Italia che non può essere mortificata e continuamente sottovalutata. I progetti di ricerca dell’Unione Europea hanno visto un’affermazione della ricerca italiana, non in senso assoluto, ma considerando l’esiguo numero di ricercatori che caratterizza il nostro Paese: circa la metà della media europea corretta per il numero di lavoratori. Il Parlamento attraverso la «finanziaria» ha iniziato un processo di valorizzazione dei giovani stabilendo che una percentuale, per ora modesta, degli stanziamenti per ricerca sia utilizzato attraverso un bando di concorso a cui possono partecipare solo i ricercatori con meno di quarant’anni. Si sta riformando il regolamento per la distribuzione dei fondi della ricerca biomedica gestiti dal Ministero della Salute con prospettiva di utilizzare criteri meritocratici. Contro una distribuzione «allegra» di fondi pubblici per la ricerca è partita finalmente una protesta dei ricercatori italiani appartenenti a molte discipline. Per il terzo anno consecutivo l’Agenzia Italiana del Farmaco, rispettando puntualità nei bandi e merito nelle valutazioni, concluderà il finanziamento di progetti di ricerca indipendente riguardante l’efficacia e la tossicità dei farmaci in clinica. La scelta del presidente del CNR è per la prima volta avvenuta attraverso un comitato di esperti che ha proposto al Ministero della Ricerca una terna di ricercatori-manager di alto livello.
Abbiamo ricordato alcuni degli episodi che sono in qualche modo in contrasto con le «abitudini» italiane e che lasciano ben sperare per il 2008, augurando che la «svolta» non sia il risultato di casualità, ma un indirizzo stabile. Tuttavia occorre anche ricordare che molto rimane da fare, perché la situazione, vista comparativamente rispetto agli altri Paesi europei, non è certo rassicurante. Le nostre Università sono troppe ma non raggiungono livelli accettabili nella formazione dei nuovi professionisti; il livello culturale dei nostri giovani è mediamente molto basso; la ricerca industriale è fra le più carenti a livello europeo con un conseguente basso numero di brevetti; i campi trainanti dell’economia quali l’elettronica, le telecomunicazioni, le biotecnologie non ci vedono certo all’avanguardia. Alle buone intenzioni dei singoli politici ed amministratori non seguono purtroppo i fatti, come si è visto in sede conclusiva dell’approvazione della legge finanziaria: novantun milioni di euro sono stati sottratti all’Università per accontentare le richieste degli autotrasportatori.
Va anche sottolineato che le preoccupazioni per l’Italia non possono far dimenticare i problemi della ricerca europea; siamo purtroppo il fanalino di coda di un treno che non riesce a raggiungere una «velocità» competitiva con gli altri continenti: rispetto agli Stati Uniti e soprattutto rispetto alla vitalità dell’Asia. I Paesi europei non possono continuare a coltivare autarchicamente il proprio orticello. I fondi europei per la ricerca rappresentano meno del 5 per cento della spesa per ricerca degli Stati membri. Continuiamo ad avere programmi eguali e ridondanti anziché mettere nello stesso «paniere» la maggioranza delle risorse per ridistribuirle secondo merito ed evitando eccessive duplicazioni. In questo senso i dati numerici sono sconfortanti secondo il rapporto dell’European Medical Research Council (EMRC). Nel 2004, l’ultimo anno per cui sono disponibili dati comparativi, il settore pubblico degli Stati Uniti ha speso circa lo 0,40 per cento del prodotto interno lordo per sostenere ricerca e sviluppo in campo biomedico; nello stesso anno i 15 Paesi dell’Unione Europea hanno speso solo lo 0,17 per cento un dato che verrà ulteriormente diminuito con l’aggiunta degli altri nuovi dodici paesi. È perciò necessario che i singoli paesi aumentino i loro stanziamenti soprattutto per la ricerca di base. La proposta dell’EMRC è che il contributo pro-capite per tutta la ricerca medica passi gradualmente dagli attuali 40 euro ad 80 euro. Non basta naturalmente aumentare i fondi, occorre soprattutto spenderli bene e migliorare la collaborazione fra i vari gruppi di ricerca nonché condividere tempestivamente i risultati. L’attuale tendenza accademica a voler sfruttare commercialmente ogni piccolo progresso non va esattamente nella stessa direzione perché tende ad aumentare il segreto e a posticipare la pubblicazione dei risultati.
Auguri quindi alla ricerca italiana e a quella europea a cui siamo indissolubilmente legati: che il 2008 ponga finalmente all’attenzione di tutti, non solo a parole, la necessità di adeguare il nostro Paese almeno a standard europei.