8 marzo 2025

Maurizio Bonati

maurizio.bonati@ricercaepratica.it

La popolazione femminile rappresenta il 51,1% del totale, con un’aspettativa di vita alla nascita in buona salute di 67,8 anni e 67,1 per gli uomini, sebbene la speranza di vita sia 5,3 anni più lunga per le donne. Il calo delle nascite prosegue (-34,1%) rispetto al 2008, anno in cui il numero dei nati vivi superava le 576mila unità, rappresentando il più alto valore dall’inizio degli anni Duemila. Il numero medio di figli per donna rimane sull’1,2 (1,38 il tasso di fecondità in Europa). L’età media delle madri alla nascita del primo figlio è di 31,7 anni (29,8 in Europa)1. Ventinovesimo mese di governo con presidente “una donna, una madre, una cristiana”2, ma il tasso di occupazione femminile tra i 20 e i 64 anni è pari al 56,5%, mentre quello maschile è del 76%3. Le retribuzioni medie settimanali lorde degli uomini nel 2023 sono state in media pari a 643 euro, superiori del 28,34% rispetto ai 501 euro medi percepiti dalle donne. La Lombardia detiene il record di responsabili femminili al vertice degli atenei; in particolare, Milano con 5 università su 8. In Italia le rettrici occupano il 20% degli incarichi nazionali, sebbene le laureate siano il 23,1% delle donne, contro il 16,8% degli uomini. In Italia una donna su 5 esce dal mercato del lavoro dopo il periodo di maternità; il tasso di occupazione tra le donne dai 20 ai 49 anni con almeno un figlio con meno di 6 anni, nel 2023, è stato del 55,3% rispetto al 90,7% dei padri coetanei; 30 posti nido ogni 100 bambini con meno di 3 anni in Italia nel 2022, con ampie aree del mezzogiorno al di sotto del 20% e l’occupazione femminile va di pari passo con l’offerta di servizi per la prima infanzia e viceversa4. L’elenco potrebbe continuare a testimonianza che le opportunità sono cronicamente impari tra i generi e che da perseguire non sono le opportunità, ma i diritti ancora ampiamente negati.

Che senso ha questo 8 marzo 2025: giornata internazionale della donna? Dei diritti della donna, non certo della “Festa della donna” pensando ai 34 femminicidi avvenuti in Italia nel 2024 o ai 4 avvenuti nei primi due mesi del 2025 (108 le donne che hanno perso la vita in seguito ad atti violenti in Italia nel 2024 e 11 agli inizi del 2025)5. C’è forse per pari opportunità la Festa dell’uomo? Forse questa ricorre tutti gli altri giorni dell’anno. Un giorno all’anno (nazionale o internazionale, per… contro…) non lo si nega a nessuno, sebbene nessuno tra quelli possibili dei 365 è rimasto esclusivo6. Ma se è un’occasione-opportunità (sì questa) per riflettere sul vissuto, sul pensato, sul tentato… anche per modificare, migliorare… per vivere meglio noi e gli altri anche il “compleanno” dell’8 marzo necessita di essere contestualizzato e ogni anno aggiornato. Il contesto di questo 8 marzo è caratterizzato: dalle guerre che, tra gli oltre 50 conflitti in corso nel mondo, ci vedono direttamente o per conto dei nostri alleati coinvolti; dai tentativi di sospensione dei conflitti per interessi prevalentemente economici e politici; dal riarmo pacifista (!). Nel 2023, la percentuale di donne uccise nei conflitti armati è raddoppiata rispetto al 2022. Quattro persone su dieci morte a causa di un conflitto nel 2023 erano donne. I casi di violenza sessuale correlati al conflitto verificati dalle Nazioni Unite sono aumentati del 50%.7 Non si può quindi dimenticare in questo 8 marzo 2025 che le donne, con i bambini, sono le prime vittime del cronico trauma della guerra8.

La Russia ha perso nel corso dei primi tre anni di occupazione dell’Ucraina oltre 850.000 soldati, mentre sono oltre 46.000 i soldati ucraini uccisi e 390.000 i feriti sul campo di battaglia9. La guerra ha avuto un effetto devastante su donne e ragazze ucraine, con 1.869.000 sfollate internamente, quasi 6,7 milioni di donne bisognose di assistenza umanitaria e 3.799 donne e 289 ragazze uccise (questi i casi documentati)10. Dei 34.500 palestinesi uccisi nei primi sei mesi di guerra di Israele a Gaza, l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha verificato che per 8.119 decessi: 7.607 sono stati uccisi in edifici residenziali o alloggi simili. Di questi il 44% erano bambini, il 26% erano donne e il 30% erano uomini11. Il Centro palestinese per i diritti umani ha riferito che più di 12.316 donne palestinesi sono state uccise dagli attacchi israeliani nei primi 16 mesi di guerra nella Striscia di Gaza12.

La guerra colpisce il corpo delle donne (genocidio riproduttivo) che partoriscono in condizioni di stress, fame, espropriazione, sfollamento, bombardamenti e traumi acuti. Spesso le gestanti sono sottoposte a parti cesarei in carenza di anestetici; così come aumentato è il rischio di essere sottoposte a isterectomie non necessarie, privando molte donne e ragazze della capacità di generare in futuro. Le nascite premature, la natimortalità, la mortalità materna l’abortività spontanea aumentano nel corso di un conflitto13. La salute delle donne vittime di guerra andrebbe quindi ricordata (anche) in questo 8 marzo.

Un diritto alla salute negato anche nella quotidianità dei bisogni essenziali per una donna, spesso anche prima della guerra. La gestione idrica fra Israele e la Palestina è stabilita dagli accordi di Oslo II del ’95. A distanza di trent’anni i palestinesi ancora lottano per l’accesso all’acqua, obbligati ad acquistarla per riempire le cisterne. Difficoltà quotidiane sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza. Difficoltà ulteriormente drammatiche durante la guerra, nella vita quotidiana nei campi profughi, che stravolgono la dignità e i diritti anche dell’igiene personale, e le donne sono ulteriormente vittime. Con l’intento di ridurre questa deprivazione, l’ong WeWorld nell’ambito delle attività di cooperazione internazionale e supportata dal lavoro Home Sweet Home della fotogiornalista e podcaster Michela Chimenti e della fotografa Alessia Galli ha promosso l’acquisto e la distribuzione di kit mestruali e percorsi di formazione a donne e ragazze palestinesi, per permettere loro di affrontare le mestruazioni con dignità e in sicurezza, anche nei contesti più critici14. La guerra influenza e stravolge tutti i determinanti della salute per tutti e in particolare per le donne. La distruzione di case, scuole, ospedali, luoghi di lavoro minaccia la vita anche futura delle popolazioni vittime di guerra. Si stima che per la ricostruzione di quanto distrutto nella Striscia di Gaza siano necessari oltre 50 miliardi di dollari. Quindi un investimento economico non solo la distruzione (armi, scelte politiche ed economiche), ma anche la ricostruzione è fonte di guadagno e speculazione. Le orrende fantasticherie (non esclusivamente a fini mediatici) dello spostamento di massa dei 2 milioni di residenti della Striscia di Gaza proposto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump per creare la Costa Azzurra o la Riviera del Medio Oriente o la Las Vegas del Medio Oriente ne sono testimonianza. Idea non nuova perché il “trasferimento” dei gazawi negli stati arabi confinanti è il desiderio, più volte manifestato e tentato nella pratica, del movimento sionista sin dal 1948 quando ebbe luogo la Nakba (‘catastrofe’), con la cacciata di circa 250.000 palestinesi dalla loro terra. Speculazione economica anche l’accaparramento americano delle terre rare ucraine a determinare la sospensione delle ostilità russe. Il diritto economico dei pochi per un inevaso diritto dei molti. La nuova corsa agli armamenti, con un gigantesco spostamento di risorse dagli investimenti civili alle spese militari (dal welfare al warfare) e la consegna della Commissione europea, insieme ad 800 miliardi di euro, al complesso militare-industriale (prevalentemente americano), è foriera di una condizione di stato di guerra permanente. Il “deciso riarmo europeo” presentato dalla presidente della Commissione non dovrebbe stupire e per taluni potrebbe rappresentare un successo dei programmi per le pari opportunità ricordando la storia politica di Ursula Albrecht von der Leyen, per anni ministra della Difesa della Germania federale, molto legata agli americani e propensa a proporsi come candidata alla segreteria generale della NATO qualora non fosse stata rieletta alla presidenza europea15. Comunque, la difesa della pace e della sicurezza dei popoli dovrebbe essere guidata da altri valori, sentimenti e ragioni anziché dagli interessi dell’industria bellica o della politica degli autocrati, degli oligarchi16. Confondere la NATO con la Comunità europea, vuol dire negare lo spirito e l’impegno antinazionalista e antimilitarista della lettera di Ventotene: “La federazione europea riduce al minimo le spese militari, permettendo così l’impiego della quasi totalità delle risorse a scopi di elevazione del grado di civiltà”, con le parole di Altiero Spinelli17. Quel Manifesto che Ursula Hirschmann (una politica e antifascista tedesca, socialdemocratica e fautrice del federalismo europeo) e Ada Rossi (partigiana e antifascista parmense è considerata una delle madri dell’Europa) contribuirono a creare e diffondere cogliendo l’opportunità e imponendo la parità.