100 anni di musica queer

Nelle sale fumose del newyorkese Studio 54, anni ’70, in piena disco music e alla vigilia della crisi dell’Aids, mentre ai tavoli girano strisce su strisce di cocaina e sui materassi nei seminterrati si consuma sesso a gogò, non è difficile incontrare banchieri di Wall Street che sfrecciano sui pattini a rotelle. Ma soprattutto celebrità come Donna Summer e Gloria Gaynor, o ancora Andy Warhol, Liza Minnelli e perfino un businessman non ancora così potente di nome Donald Trump. Tutti a condividere l’atmosfera gay e avvincente che avvolge la discoteca. Il motivo c’era. Dopo la guerra del Vietnam, le persone – diceva il cofondatore dello Studio 54 Steve Rubell – erano “stanche di essere serie: tutti uscivano e si scatenavano”. Il locale era uno spazio sicuro per gruppi che sarebbero stati invece emarginati alla fine degli anni ‘70. Le persone transgender erano benvenute e acclamate. Ma c’erano voluti molto più di 70 anni perché la musica “queer” fosse non solo benvenuta, ma anche acclamata.




È proprio una carrellata su “100 anni di musica queer” il libro di Darryl W. Bullock intitolato “David Bowie Made Me Gay” che ripercorre una storia piena di colpi di scena, progressi e rovinose marce indietro sul fronte dei diritti civili, che accompagnano il contributo della comunità Lgbt alla musica.

Bullock fa partire la sua escursione dal ruolo avuto da David Bowie e Freddy Mercury per poi effettuare un avvincente salto indietro al 1910 nel distretto a luci rosse di New Orleans, melting pot vitale e rabbioso dove già dal 1805 era prevista la pena di morte per gli omosessuali maschi colpevoli di “quell’abominevole e deprecabile crimine contro natura”. Bar, bordelli e locali offrono, oltre alle ragazze, anche musica di musicisti neri, bianchi e creoli che si esibiscono in un nuovo genere battezzato “jazz”. È in questo scenario che emerge Tony Jackson, figlio di uno schiavo liberato e autore di Pretty Baby, destinata a diventare uno standard jazz e in seguito registrata da artisti di punta, da Al Jolson a Dean Martin, Bing Crosby, Brenda Lee (e non basta! Ispirò anche il film omonimo di Louis Malle). Il compositore Clarence Williams racconta: “Tony, ecco, era effemminato. Ma lo copiavano tutti. Era originale, uno strumentista fantastico”.

Si affermano le voci delle pioniere nere del blues, molte delle quali lesbiche o bisessuali, come Bessie Smith e Gertrude “Ma” Rainey: testi crudi, semplici, affrontano il razzismo e il rischio di repressione con testi audaci e facili da ricordare. Negli anni Trenta è il Cotton Club a spopolare: propone in cartellone i più famosi artisti neri, ma consente l’ingresso solo ai bianchi. Bessie Smith è riconosciuta come “l’imperatrice del blues” – la sua voce rauca e potente fa vibrare canzoni come Nobody Knows You When You’re Down and Out mentre Rainey canta apertamente il proprio amore per le donne nel brano Prove It On Me Blues, sfidando il tabù sociale.

Il libro di Bullock effettua un’enciclopedica panoramica sui decenni successivi: dal maccartismo all’esplosione di musicisti come Little Richard e Billy Tipto, fino all’èra David Bowie. E ancora, la Swinging London che vede decine di artisti fare outing, da Pete Townshead agli Who mentre Wendy Carlos, compositrice transgender (è nata come Robert) apre alla musica elettronica con l’album Switched-On Bach. L’America vive anni turbolenti (il 1969 è l’anno dei Moti di Stonewall), le retate sono più frequenti e il movimento per i diritti dei gay diventa più politicamente consapevole in un periodo di manifestazioni contro le armi nucleari, la guerra in Vietnam e il razzismo. Nasce il primo Gay Pride, Make Up di Lou Reed viene definita “la miglior canzone per i diritti dei gay” e Elton John – definito da Bowie “la queen del rock” – è il musicista gay più di successo. E poi gli anni ’80, l’epidemia di Aids che porta una nuova ondata di discriminazione, l’ascesa di Freddie Mercury, i nuovi sound inglesi, con Boy George, i Cure e gli Human League, George Michael, l’hip hop, la new wave, il synth pop, il reggae…

Sono passati 100 anni dall’uscita del brano Pretty Baby di Tony Jackson. Nel 2000 l’età del consenso per i gay viene equiparata a quella degli etero e nel 2013 per la prima volta si celebrano i matrimoni fra omosessuali negli Usa. Qualche passo avanti sul fronte dei diritti civili mentre esplode un’altra rivoluzione mondiale. Anche per la musica queer. È la “disruption” di Internet che disintermedia interi mercati. Ma questa è un’altra storia.

In un contesto di dibattito pubblico caratterizzato da una crescente e preoccupante polarizzazione, questo volume rappresenta una guida preziosa e ci ricorda con lucidità che le complesse trasformazioni della natalità nel mondo contemporaneo necessitano di un approccio più articolato e sfumato rispetto alla semplicistica logica del divieto.

Roberta Chiti

robechiti@yahoo.it