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DOI 10.1707/2322.24984 Scarica il PDF (66,0 kb)
Ric&Pra 2016;32(4):181-186



La didattica che vorrei
A seguito dell’articolo di Roberto Buzzetti, Un certo modo di fare didattica, R&P 2016; 32: 26-29, abbiamo sollecitato i commenti di alcuni lettori di differenti professionalità rivolgendo le seguenti domande:
ti ritrovi nei contenuti dell’articolo? Potresti esplicitare in quali punti ti trovi più d’accordo o in disaccordo?
hai aneddoti personali da raccontare?
avresti suggerimenti da dare, oltre a quelli già presenti nell’articolo, per migliorare la formazione?

Ecco le risposte di:
Luigi Bagnoli, Medico di medicina generale, Bologna
Emilia Cavallo, Psicologa, Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (UONPIA), Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano
Eugenio Santoro, Laboratorio di Informatica Medica, IRCCS – Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, Milano
Maria Teresa Di Toppa, Infermiera, Ospedale pediatrico Bambino Gesù, Roma
Edda Pellegrini, Ostetrica, Azienda Ospedaliera Ospedali Riuniti di Bergamo
Alberto Vaona, Medico di Continuità Assistenziale, Azienda ULSS 20 di Verona
Carmen Verga, Pediatra, Asl di Salerno
Annalisa Campomori, Farmacista, UO Farmacia ospedaliera, Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari Provincia Autonoma di Trento



PUNTI DI ACCORDO

Bagnoli  Sono un Medico di medicina generale, seguo la formazione obbligatoria dei colleghi attuali e futuri, ho rapporti con l’Università. Le mie osservazioni nascono da questo punto di osservazione e mi ritrovo ampiamente nelle osservazioni di Roberto Buzzetti. Essere clinico di vaglia o ricercatore di spessore non comporta essere buon docente. La stessa Università non privilegia la qualità della didattica negli aspetti valutativi degli insegnanti.
Non mi soffermo su aspetti che non ritengo legati alla didattica in senso stretto ma al rispetto dei colleghi e all’intelligenza delle persone tanto sono ovvi: tempi sforati, dibattiti da bar, domande che sono interventi, parlar d’altro, diapositive illeggibili o da mostrare in 10 nanosecondi…

Cavallo  Riprendendo alcun passi dell’articolo, “il desiderio di insegnare, cioè di aiutare gli altri a imparare” è una vera e propria mission ed è importante avere ben in mente questo principio guida, non solo per la pianificazione di obiettivi didattici e piani d’azione, ma per orientarsi e motivarsi, per aggiungere ricchezza, realizzazione e significato alla mission.

Di Toppa  Un punto nel quale mi trovo in accordo è che la riuscita di un corso dipende molto dalle tecniche didattiche utilizzate. Secondo la mia esperienza i corsi più riusciti, che mi hanno davvero insegnato qualcosa, sono stati quelli dove si lavorava in gruppo, si faceva il gioco dei ruoli oppure si discutevano casi clinici e dove le lezioni frontali avevano uno spazio adeguato.
Condivido anche la questione delle diapositive. Mi capita spesso di partecipare a corsi o congressi dove vengono proiettate slide con poemi omerici scritti sopra, nei quali o segui il relatore o leggi, anche se una terza opzione è “l’abbiocco totale”.

Pellegrini  Bellissimi i box: Alcune metafore sulla didattica; I buoni e i cattivi docenti; Alcuni aneddoti sulle “discussioni”. Capita spesso che...;
Il valore dato alla preparazione del setting dell’aula (verissimo!!!).
Condivido il pensiero sulle diapositive. Esiste una metodologia su come costruire le slide... O non la si conosce o non se ne tiene conto.

Santoro  “Il discente visto come un vaso vuoto da riempire e tutte le numerose metafore sulla didattica”. Come non essere d’accordo su questa (errata) visione del ruolo della formazione così ben descritta nell’articolo di Buzzetti?.
Nel suo articolo ci suggerisce una serie di consigli su come essere buoni docenti. E una serie di situazioni e aneddoti nei quali tutti coloro che fanno formazione si sono, almeno una volta, ritrovati. Dal mancato rispetto dei tempi indicati nel programma (usanza tutta italiana; provate all’estero a farlo: il moderatore vi toglierà immediatamente la parola appena avrete usato il tempo a vostra disposizione), alla conseguente riduzione (e spesso cancellazione) del dibattito che segue le relazioni o gli interventi formativi dei docenti (che personalmente reputo essere il momento più importante per il discente perché può porre domande per chiarire i suoi dubbi, ma anche per il docente/relatore perché così ha modo di spiegare meglio le sue tesi o discutere temi che, per diverse ragioni, non ha potuto affrontare nel suo intervento); dalla (troppa) eterogeneità tra le relazioni previste nell’evento formativo (tanto da chiedersi come l’organizzatore del convegno abbia scelto gli argomenti), alla sovrapposizione dei contenuti di relazioni con titoli profondamente diversi (più di una volta mi è capitato di “passare” la mano perché il relatore che mi precedeva aveva “bruciato” la mia presentazione).
Tutti gli argomenti sono condivisibili, compresa la necessità di un profondo coinvolgimento dei discenti nella lezione/relazione che, personalmente adotto dando spazio, nelle mie lezioni, a momenti di esercitazione, spesso in gruppi.

Vaona
L’articolo di Roberto Buzzetti è una lucida visione delle problematiche metodologiche che la formazione in campo medico ha nel nostro paese (e verosimilmente non solo nel nostro paese e non solo nel campo medico); se a queste si aggiungono le problematiche “politiche” come la bassa qualità percepita ormai associata all’accreditamento ECM (con l’ingerenza dell’industria del farmaco, la complice passività delle società scientifiche e la latitanza delle istituzioni pubbliche) o l’assenza di una progettazione globale basata sui profili professionali, il panorama è probabilmente sconfortante.
Sconfortante anche perché la crisi della formazione degli operatori sanitari che emerge dal confronto con “ciò che potrebbe (e forse dovrebbe) essere” investe non solo la formazione continua, ma anche quella delle scuole di specializzazione (per il personale medico) e addirittura la formazione pre-laurea.
Le righe di “Un certo modo di fare didattica” possono fungere nell’immediato da stimolo rapido e incisivo
1. a singoli docenti, per ristrutturare i propri corsi secondo obiettivi formativi preordinati, quantificabili e verificabili e secondo tecniche didattiche finalizzate;
2. agli organizzatori di eventi formativi, per esigere dai relatori contenuti e metodi con requisiti chiari;
3. ai ricercatori in campo educazionale, per descrivere l’esistente e studiare interventi per migliorare l’efficacia degli eventi formativi;
4. a tutti coloro che si muovono nel mondo della formazione, per riflettere sulla necessità di ripartire dall’inizio con un approccio nuovo.

Verga  Un punto importante su cui vorrei soffermarmi, è che si può insegnare solo “ciò che sonnecchia nell’albeggiare della coscienza”: è necessaria, cioè, anche la disponibilità ad imparare dei discenti, disponibilità spesso molto limitata.
Un secondo punto che emerge dall’articolo è che l’insegnamento è un lavoro di grande responsabilità che deve seguire una specifica metodologia. Come dice Buzzetti, non si può improvvisare.
Ecco quindi che alla base di una buona offerta formativa ci deve essere un progetto con una chiara definizione degli obiettivi: se prima di tutto non si sa dove si deve andare, discutere del “come” si riduce ad una elucubrazione poco utile, per quanto affascinante.


CRITICITÀ E PUNTI DI DISACCORDO

Bagnoli  L’affermazione di Buzzetti sulle grandi risorse impiegate nella formazione non è nella mia esperienza. Quando scelgo un relatore per un evento formativo per i medici di medicina generale o per il corso di formazione per la medicina generale, il docente – dipendente ASL o universitario – sarà pagato solo per ogni ora di presenza in aula al prezzo di una pizza e una birra. E allora oltre che chiedergli di preparare un materiale studiato per l’occasione dovrò sperare che abbia voglia di farmi un piacere… e soprattutto che sia innamorato del suo lavoro. Come pure i colleghi medici impegnati nel corso di laurea che prestano la loro attività a titolo gratuito. Fortunatamente esistono ancor molti colleghi così.

Pellegrini  Colgo, tra le righe, un atteggiamento un po’ troppo direttivo. Questo, a mio avviso, è poco conciliabile con il significato di “education” (intendo il concetto di apprendimento che ingloba quello di educazione e formazione).
Interessante la frase di K. Gibran: Nessuno può insegnarvi nulla, se non ciò che già sonnecchia nell’albeggiare della vostra coscienza... Ma non è, a mio avviso, vero del tutto. Questa è solo una delle teorie sull’insegnamento, che richiama certo alla grandezza dell’umano. Quella che io trovo più incisiva è che tutti possono imparare da tutto e da tutti. Ma l’educazione implica una paideia: una totale costruzione fisica e psicologica del soggetto umano e una weltanschauung: una visione del mondo da trasferire e far vivere nell’individuo.
Sono d’accordo che gli eventi formativi debbano essere appropriatamente preparati (esistono molte teorie a supporto di questo, quella che più mi corrisponde è il “Modello circolare e ricorsivo del processo di formazione” che ti inoltro, se vuoi) ma, la formazione implica un processo “ricorsivo”, perché le decisioni assunte in ogni fase debbono essere confrontate con quelle delle precedenti, e possono essere messe in discussione, e riviste, dalle scelte o dalle condizioni che si verificano nella fase successiva. Trovo quindi non proprio corretto il pensiero “un progetto scritto non può essere modificato, tantomeno stravolto...”.
Il paragone fatto quando si parla del Convegno non è, a mio avviso, corretto. Già da molto tempo viene riconosciuto al Convegno il valore di fornire mera “informazione”.
Infine, tra le tecniche della formazione si parla solo di quelle dell’aula, ma esistono quelle dell’oltre aula e del fuori dall’aula (out door).

Santoro  Su un punto mi sento di dissentire. Non sono d’accordo sul fatto che cambiare modalità didattiche e contenuti delle presentazioni sia pratica che contraddistingue i cattivi docenti. Anzi, personalmente li ritengo dei buoni espedienti per ridare vigore agli argomenti esposti, liberare dalla noia il docente (ripetere i concetti e le nozioni nello stesso identico modo per un lungo periodo è oggettivamente straziante) e di conseguenza i discenti.

Vaona  Gli elementi sottolineati da Buzzetti sono basati sulla ragionevolezza e il buon senso ma il loro peso specifico non è ancora accertato da studi randomizzati in cui ciascuno di essi viene messo a confronto con le metodologie didattiche tradizionali o con altre metodiche innovative; questo è il nuovo orizzonte a cui una formazione moderna e socialmente consapevole deve guardare: una didattica basata sull’evidenza di efficacia. Questa deve essere la pietra fondante su cui in primis il mondo universitario si deve ri-orientare.


ESPERIENZE

Bagnoli  L’Italia è lunga, i sistemi tanti quante le regioni, le ASL diverse le une dalle altre. La mia fortuna è di lavorare a Bologna assieme ad un gruppo solido di colleghi legati a società scientifica e sindacato molto attento alla formazione. Ciò ha permesso con il sostegno dell’ASL al modello proposto e alla sua applicazione nei confronti dei relatori di migliorare la qualità didattica degli eventi formativi.

Vaona  Gli stessi operatori sanitari, anche nella formazione pre-laurea ma soprattutto nella fase di attività professionale matura, vivono spesso la formazione come una “fase di riempimento”, durante la quale si è fondamentalmente passivi e mai protagonisti attivi della ricerca delle competenze di cui si necessita per svolgere al meglio il proprio lavoro e tanto meno di una dimensione in cui si può aiutare gli altri a raggiungere un arricchimento professionale.
La conseguenza di questa passività è che gli operatori sanitari vedono la formazione come un’attività portata dall’esterno, da altri, da formatori più esperti, più eruditi, più dotti. Con il risultato che spesso le informazioni che vengono trasmesse, non venendo contestualizzate nel contesto operativo, non vengono recepite se non in parte con un dispendio di energie e una perdita di chance.

Verga  Purtroppo tutte le disfunzioni del nostro sistema formativo non determinano solo il danno di un evento mal riuscito, ma sviliscono l’importanza stessa della formazione inducendo uno scarso interesse all’apprendimento.
Una conseguenza grave, anche se non immediatamente evidente, è di far venir meno il desiderio di imparare, la capacità di mettersi in discussione, la disponibilità a cambiare.
All’estero si dà grande importanza alla didattica. Ricordo che mi colpì molto il titolo “Evidence-based Medicine: How to Practice and Teach EBM”: nel momento in cui si teorizzava l’EBM, ci si poneva anche il problema di come insegnarla.
Se dovessi identificare, secondo il mio giudizio, quali sono le più valide offerte formative, direi senz’altro gli incontri monotematici e, se ben organizzati, i forum di discussione.
Meno validi, ma utili come materiale di consultazione, i corsi FAD.
Naturalmente una buona didattica non garantisce, da sola, una buona formazione e credo che sia esperienza comune constatare che, nonostante tutto, la preparazione media dei medici italiani non è certo inferiore a quella dei colleghi stranieri.
Probabilmente quei sistemi hanno altri limiti, per esempio un eccessivo pragmatismo, un’esasperante attenzione agli aspetti medico-legali che certamente non favoriscono una corretta pratica clinica.


ANEDDOTI

Bagnoli  Il meglio della formazione che io ricordi, eccolo: il tumore della prostata, ovvero un video di “20 minuti 20” sul virtuosismo tecnico del collega impegnato nella resezione endoscopica proposto a una platea di medici generali. 15 anni fa. Ora non sarebbe più possibile.

Di Toppa  Durante un master universitario, un docente si presentò in classe come un “venditore di se stesso”. Il suo corso avrebbe dovuto trattare il “risk management”, argomento per me assai affascinante. Il professore nei primi 30 minuti di lezione fece una presentazione di se stesso, con relativa mappa mentale in slide, della sua vita privata e professionale. Nell’ultima mezz’ora ci presentò tutto l’indice del corso che avrebbe tenuto, senza preoccuparsi minimamente se qualcuno di noi sapesse cosa significava la parola “rischio clinico”. Ricordo fu una noia mortale, tanto che, vista la presentazione, metà classe la lezione successiva non si presentò. Ma il colmo fu che ci diede subito un mandato per la lezione della settimana dopo: una mappa mentale sulla nostra vita privata e professionale con relative immagini e clip art.
Ci disse che in questo modo avrebbe meglio capito chi aveva di fronte.
L’unica cosa che ho imparato io da quel corso è fare mappe mentali.


SPUNTI METODOLOGICI

Bagnoli  Il vero nodo della formazione è la preparazione dell’evento: cosa voglio ottenere, quali sono le metodologie più adatte per ottenerlo. Ci sono nuove conoscenze che modificano la buona pratica clinica… Queste conoscenze so che sono già acquisite ma non sono ancora applicate omogeneamente...
Ovvero partire dal bisogno e da lì pianificare un format adeguato: contenuti, lezione magistrale, lezioni interattive con televoter, casi didattici, audit, analisi di dati in gruppi di colleghi, discussione fra pari, ecc.
Questo approccio è conosciuto da chi ha una infarinatura di metodologia didattica, nel caso dei medici di medicina generale, gli animatori. Spesso i relatori, pur con le migliori intenzioni, faticano a comprendere questa prospettiva e tendono a proporre quello che loro sanno, senza attenzione al come.
È necessario che il responsabile dell’evento abbia la capacità e la forza di orientare i relatori all’obiettivo predefinito, discutendo dei contenuti, dell’uso delle metodiche e della scelta delle tecniche. Percorso non facile, quando tutto il sistema è poco accorto a queste problematiche.

Cavallo  Il processo di apprendimento è complesso e multifattoriale e può valersi di numerose componenti cognitive, emotive, socio-culturali, teoriche, esperienziali, formative, organizzative. L’esito di un buon apprendimento è il risultato di molti fattori che interagiscono fra di loro.
Il docente non è solo un esperto dei contenuti formativi ma è un facilitatore del processo di apprendimento ed è fondamentale che intervenga su alcuni di questi elementi per rendere un evento didattico efficace.
Già Aristotele nel suo libro Retorica si era posto il problema delle cose che l’uditore è più disposto ad ascoltare, cioè quelle importanti, quelle specifiche, quelle che destano meraviglia e quelle piacevoli; perciò, chi parla deve produrre l’impressione che il discorso verte intorno a cose di tal genere.
Il docente deve focalizzarsi sui discenti, identificare interessi, bisogni e motivazioni e avere bene in mente l’effetto che le sue parole producono sul pubblico; deve essere creativo e spontaneo inserendo pensieri, commenti e metafore. Essenzialità, efficacia informativa, proprietà di linguaggio, scorrevolezza, ritmo, enfasi, brevità e infine l’utilizzo di filmati sono le principale regole da utilizzare ai fini dell’apprendimento.
Tenere sempre bene in mente i tempi di attenzione, gli interesse, i bisogni, le attese degli ascoltatori, focalizzarsi immediatamente sull’argomento, rivolgere loro domande concrete e non ridondanti, attivare e orientare interesse, attenzione, motivazione e partecipazione.
“Ma perché gli ascoltatori sanno sempre quando l’oratore dovrebbe fermarsi e lui non lo sa quasi mai?” (Forbes).

Pellegrini  La formazione è la risposta contestuale al bisogno di imparare, ma è un prodotto parziale, contestualizzato e a volte potenzialmente sbagliato.
La formazione, comunque, è la risposta contestuale al bisogno di imparare, ma è un prodotto parziale, contestualizzato e a volte potenzialmente sbagliato. Questa è la definizione di formazione che, a mio modesto giudizio, esprime in maniera appropriata ciò che è la formazione.
La formazione permanente non fonda le sue radici solamente sull’obiettivo di favorire l’occupabilità ma, anche, sulla crescita di quei fattori personali, civici e sociali come l’adattabilità e la cittadinanza attiva.
L’apprendimento dell’organizzazione è spesso un’esigenza a cui la formazione organizzativa risponde. La formazione, allora, emerge come lo strumento di generazione del valore di un individuo o di un’organizzazione ed è la risposta a un’esigenza educativa specifica.
L’educazione si fa gesto intenzionale e valoriale di supporto della crescita economica, sociale, culturale, organizzativa.


PROPOSTE

Bagnoli  Credo che il miglioramento possa essere attuato solo in presenza di un nucleo forte di colleghi attenti ai contenuti della professione e formati alle tecniche della didattica e di dirigenti sanitari disposti alla collaborazione e al sostegno forte di questa metodologia.

Cavallo  È fondamentale che la formazione contenga un momento esperienziale: per molti docenti l’idea di inserire una parte esperienziale può essere una sfida ma può anche spaventare perché occorre mettersi in gioco e fare una riflessione critica sul pensiero, sulle idee e sugli argomenti e sulla conoscenza (epistème).

Santoro  Dalla mia personale esperienza mi sentirei di fornire ulteriori suggerimenti. Nel preparare una lezione o una relazione suggerirei, per esempio, di affrontare un argomento in meno piuttosto che uno in più. Il docente vorrebbe toccare tutti gli argomenti possibili (anche solo per soddisfare il proprio ego), ma occorre che si limiti ai 3-4 argomenti che il discente porterà a casa. Se lascia sufficiente tempo alla discussione è certo che altri argomenti che non ha affrontato (ma che avrà anticipatamente preparato) saranno richiesti, un po’ come fanno i cantanti con i “bis” alla fine del concerto.
Suggerirei poi di dare molta importanza alla comunicazione e ai media utilizzati nel momento formativo. Uso di “visual” (immagini, filmati, ecc.), di diapositive con poco testo e di strumenti alternativi a Powerpoint (come per esempio Prezi, molto più dinamico rispetto allo strumento di Microsoft) possono favorire una migliore attenzione da parte del discente.
Un’ultima nota riguarda l’assenza, tra i temi trattati, delle piattaforme di e-learning. Ma, sono certo, è un’assenza voluta (e su questo non posso che essere d’accordo) perché attraverso questi sistemi non riesci a “leggere gli sguardi di chi abbiamo di fronte per cogliere la stanchezza, la frustrazione del non capire, o al contrario la gioia di sentire che il tempo trascorso non è stato perduto”.

Pellegrini  Nel triangolo formativo appare poco, ovvero non si parla, della “committenza”, importantissima funzione! Anche se oggi è più appropriato parlare di “crocevia di learning stakeholders”. Il “conflitto di interesse” è una delle cose a cui tengo moltissimo.

Vaona  Il futuro deve guardare a quali sono gli elementi della didattica che aumentano la sua efficacia nelle diverse popolazioni di discenti a cui i percorsi formativi si rivolgono.
Nell’era della medicina basata sull’evidenza, in cui tutta l’informazione è disponibile, è auspicabile che questo paradigma cambi e che – impadronitisi delle abilità necessarie a recuperare, giudicare e adattare le evidenze ai diversi contesti, gli operatori acquisiscano un ruolo attivo e propositivo: è per questo che alcuni cominciano a parlare di EBM (e di conseguenza ECM) dal basso.
Il processo culturale che porta in questa direzione non sarà né lento né scontato ma interventi come quello di Buzzetti, che ci rinfresca la visione da seguire, vanno in questa direzione.
Non si tratta solo di come trasmettiamo le competenze da una generazione all’altra o di come diffondiamo le nuove conoscenze, ma si tratta soprattutto di come la cultura della società umana si perpetua nella storia sia in termini di accumulo di esperienza e di capacità di intervento sia in termini identitari.

Campomori  Mi sono domandata in diverse occasioni, nella mia esperienza di discente e docente, cosa facesse di un corso un’esperienza realmente efficace e quindi di successo. Alla fine credo che la risposta consista nel fatto che i partecipanti siano stati effettivamente in grado, una volta concluso il corso, di applicare nella propria pratica quotidiana e diffondere nell’organizzazione in cui operano i metodi, gli strumenti, i contenuti condivisi nell’incontro d’aula.
Avendo in mente questa misura del successo, alla lista dei fattori illustrati nell’articolo (il programma, i materiali, la metodologia didattica, la qualità dei docenti...) ne aggiungerei uno altrettanto fondamentale: la scelta dei partecipanti! Si potrebbe obiettare che non sempre sia possibile selezionare i partecipanti. Io credo che invece occorrerebbe farlo. Nella locandina del corso al riquadro “destinatari” mi piacerebbe vedere scritto, anziché, ad esempio, “professionisti delle professioni sanitarie” o “dirigenti medici”, che il corso è destinato “alle persone realmente capaci e motivate nel diffondere le tecniche e le conoscenze introdotte in aula nei rispettivi ambiti lavorativi, anche svolgendo una funzione di sensibilizzazione e supporto verso i propri colleghi, superiori e collaboratori”. Sarebbe una bella cosa.


Il Pensiero Scientifico Editore
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