Area Abbonati
LoginPassword
DOI 10.1707/3422.34079 Scarica il PDF (202,2 kb)
Ric&Pra 2020;37(4):166-168



La dislessia: disabilità
o differente iperabilità?


ROSSELLA GRENCI
La dislessia
Dalla scuola al lavoro
nel terzo millennio
Il Pensiero Scientifico Editore, Roma
240 pp., 18,00 euro


La dislessia è una combinazione di difficoltà e abilità che influenza il processo di apprendimento in uno o più ambiti: lettura, ortografia, scrittura e calcolo. Questo disturbo, fondato su una base neurobiologica, viene classificato all’interno dei DSA (disturbi specifici dell’apprendimento).
A lungo la definizione di dislessia si è basata sul modello medico, in cui la dislessia serviva ad attribuire un’etichetta o un marchio per rappresentare un disturbo, cioè un’identità deficitaria.
L’autrice di questo libro vuole invece proporre una nuova concezione di dislessia, fondata sul modello sociale. La dislessia può essere compresa a fondo e valutata solo per quello che è: una neurodiversità; con questo termine si intende una diversità del cervello umano e del funzionamento neurocognitivo, in cui le abilità cambiano a seconda delle attività svolte.
La dislessia ci consente di comprendere come i limiti o i disturbi siano spesso il prodotto della società odierna, nel momento in cui questa ci impone la lettura come unico (o quasi) strumento di apprendimento. I “deficit” dell’essere dislessici sono spiegati come artefatti di aspettative sociali ed educative inappropriate: sarebbe utile trovare soluzioni sociali ed educative per bypassare le barriere. Forse se si riuscissero a sospendere le connotazioni limitanti riguardo alle disabilità di apprendimento, le persone neurodivergenti potrebbero riconoscere la verità liberatrice: ogni mente umana contiene il potenziale per un’iperabilità (vantaggio accresciuto ottenuto dalla conversione di una condizione percepita come un impedimento, quale la dislessia) che aspetta solo di essere scoperta.



Partendo da questi assunti e dai nuovi criteri di classificazione della dislessia, l’autrice sposta il focus sulla scuola e i meccanismi di apprendimento dei dislessici.
Non esiste un metodo di insegnamento della letto-scrittura “unico per tutti”: studenti diversi rispondono a differenti attività, ma il modo migliore per raggiungere tutti gli studenti è attraverso l’apprendimento multisensoriale. L’apprendimento multisensoriale è una delle strategie di coinvolgimento più efficaci per l’apprendimento: il cervello umano si è evoluto per imparare a crescere in un ambiente multisensoriale. Le attività multisensoriali possono insegnare agli studenti ad associare in modo più veloce lettere o parole a suoni.
Pur avendo una base genetica, i disturbi dell’apprendimento sono condizionati dall’ambiente: più l’ambiente scolastico è sfavorevole, più c’è la possibilità che si presentino le difficoltà. Nonostante la società si stia muovendo in una direzione tale per cui vi è la possibilità di personalizzare e adattare le cose alle nostre esigenze individuali, il sistema educativo attuale rimane bloccato in un approccio di massa, uguale per tutti, e ciò è pericoloso soprattutto per i dislessici.
C’è bisogno di maggior autonomia nel sistema scolastico, sia per gli insegnanti che per gli studenti.
Dovremmo smettere di concentrarci sull’apprendimento come obiettivo educativo, ma dovremmo porre invece il focus sulla realizzazione, cioè sull’aiutare gli studenti ad essere le persone migliori e più capaci che possono essere.
Un adolescente, la cui dislessia non sia mai stata riconosciuta e affrontata, ha un’alta possibilità di manifestare psicopatologie secondarie come depressione, sindrome ansiosa, disistima, inibizione emotiva con conseguente abuso di droghe o alcol o comportamenti delinquenziali. Per questo è essenziale la necessità di un riconoscimento quanto più precoce del bambino dislessico o, nel caso di un adulto, l’importanza di una diagnosi e, eventualmente, di un percorso di sostegno psicologico. Un percorso scolastico difficile e frustrante può costituire un trauma vero e proprio per l’individuo: nel periodo evolutivo, il maggiore, se non l’unico, fattore di stima sociale del sé, è rappresentato dalla riuscita nei percorsi scolastici. Il sé non è un datum, esso si costruisce nel tempo in base ai rimandi che ci provengono dall’esterno e, se questi sono tali da rimandarci continui fallimenti, l’immagine che ci si costituirà di se stessi sarà sicuramente fallimentare. Il rischio è che questi soggetti, colti da una persistente sfiducia, colpiti da “impotenza appresa” possono decidere che non valga più la pena studiare ed impegnarsi, arrivando così nei casi più estremi anche all’abbandono scolastico.
L’autrice ci accompagna poi a capire quali sono le potenzialità dei dislessici e come il mondo del lavoro potrebbe trarre vantaggio da queste. I dislessici mostrano una dominanza cerebrale non regolare: le diversità trovate nella struttura del loro cervello e funzionamento, secondo alcuni autori, sono le cause e non le conseguenze delle difficoltà di lettura. Il profilo cognitivo dei nativi digitali simile a quello dei dislessici: i nativi digitali, che meglio utilizzano l’emisfero destro del cervello sono più creativi, più veloci nei movimenti, perché il loro sistema nervoso è diverso: la loro intelligenza è multipla, capace di gestire contemporaneamente un certo numero di attività diverse.
I vantaggi offerti dai media digitali potrebbero diventare parte di una riconcettualizzazione della dislessia, in modo da fornire nuovi veicoli per l’espressione e la comunicazione
Gli studiosi suggeriscono che la maggiore creatività associata alla dislessia si fonda parzialmente su una base neurofisiologica, eventualmente mediante un più alto profilo olistico di elaborazione delle capacità spaziali. I soggetti dislessici hanno un modo divergente di pensare, che permette un’originalità nell’elaborare le informazioni, un’espressione non convenzionale di sentimenti e opinioni, e che può anche supportare la risoluzione dei problemi della vita quotidiana. Queste caratteristiche risultano vantaggiose in lavori che richiedono il pensiero tridimensionale come l’astrofisica, la biologia molecolare, la genetica, l’ingegneria e la grafica computerizzata.
I punti di forza dei dislessici si allineano alle capacità e alle abilità fondamentali del lavoro del futuro, ma questi punti di forza andranno cercati, riconosciuti, compresi e armonizzati, in modo da creare valore all’interno di un’azienda.
Semplici misure di inclusione e aggiustamenti sul posto di lavoro possono aiutare a rimuovere le barriere per i dislessici; queste comprendono sia la formazione di consapevolezza per colleghi e dirigenti, sia la formazione per gli stessi dipendenti dislessici.
Il libro si conclude con le storie di personaggi dislessici che, nonostante le difficoltà incontrate, sono riusciti ad intraprendere carriere e percorsi di successo.
L’augurio che Rossella Grenci sostiene al termine delle sue riflessioni è quello che le menti dislessiche possano avere sempre più spazio e maggiori possibilità di realizzare le loro potenzialità, in una società che continuerà il suo cammino verso l’evoluzione e la neurodiversità sarà proprio la lente con cui si dovrà guardare oltre.
Il libro ha una grafica strutturata in modo tale da favorire la lettura dei soggetti dislessici, è scorrevole e offre interessanti spunti di riflessione sia per questi soggetti, che per i loro genitori. La visione positiva della dislessia, fortemente sostenuta da Rossella Grenci, si spera possa portare alla realizzazione scolastica e personale di tutti gli individui “neurodiversi”.
Quella che l’autrice propone è una visione quasi “ottimistica” di una situazione che purtroppo al giorno d’oggi risulta ancora un grande problema per molti. Nonostante sia scientificamente dimostrato che i soggetti dislessici possono avere delle “iperabilità”, queste non sempre trovano un contesto ambientale adatto che consenta loro di manifestarsi. Troppe volte vi sono difficoltà nella tempistica e nella valutazione della dislessia: come sottolineato da Rossella Grenci sono rari i casi in cui la diagnosi viene fatta precocemente e questo comporta anni di frustrazione, sofferenza, vergogna, umiliazione da parte dei compagni, oltre che dolori fisici come forma di somatizzazione (mal di pancia, difficoltà di respiro, ecc.). Anche la valutazione diagnostica non è ancora una prassi che viene effettuata abitualmente e con facilità: deve essere eseguita da specialisti esperti mediante test. Non tutti i genitori hanno la possibilità (tempo e risorse) per seguire un percorso appropriato. Inoltre in alcune situazioni il problema è rappresentato dalla mancata segnalazione precoce da parte dei docenti. Le difficoltà di un dislessico non sono semplici, possono evolvere e modificarsi con il passare degli anni e in ogni fase l’atteggiamento degli insegnati, dei compagni di classe e della famiglia hanno un notevole peso nel determinare evoluzioni positive o negative del vissuto psicologico di questi ragazzi. Bisognerebbe trovare un giusto equilibrio: da un lato si dovrebbe evitare di semplificare il problema attribuendolo a pigrizia, svogliatezza e mancanza di impegno a scuola. Dall’altro lato è necessario che, una volta posta la diagnosi e forniti ai soggetti dislessici gli strumenti e le forme di supporto appropriati, questi siano stimolati ad applicarsi ad apprendere. È vero che i soggetti dislessici hanno delle potenzialità che possono consentire loro di emergere in alcune aree della convivenza. Tuttavia sono molti gli ostacoli che questi devono superare prima di arrivare al traguardo. Per questo motivo, sebbene molti dei punti sottolineati dall’autrice siano condivisibili, a tutt’oggi parlare di dislessia come abilità è ancora utopico e distante dai vissuti dei soggetti dislessici e dei loro famigliari.

Giulia Segre
Laboratorio per la Salute Materno Infantile
Dipartimento di Salute Pubblica
Istituto di Ricerche Farmacologiche
Mario Negri IRCCS, Milano
giulia.segre@marionegri.it

Il Pensiero Scientifico Editore
Riproduzione e diritti riservati  |   ISSN online: 2038-2480